Gay negli scout: la situazione in Italia

La decisione degli scout statunitensi di abolire in parte il veto alla presenza dei gay nei loro gruppi, ha inevitabilmente riacceso la discussione anche in Italia.
La posizione nostrana, però, è tutt'altro che chiara: se un articolo de La Repubblica afferma che «la posizione ufficiale della varie associazioni scout verso l'omosessualità è di massima apertura» su Il Messaggero del giorno dopo viene riportato come il Gay Center di Roma abbia lanciato in Italia «una petizione per l'abolizione del divieto verso i capi scout gay». Tesi contrastanti fra loro che forse si possono spiegare solo dall'assenza di una linea comune.
In Italia, infatti, esistono circa 40 differenti associazioni e federazioni (per un totale di circa 220mila ragazzi coinvolti) che vedono la maggior diffusione di Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) con 176mila iscritti, Fse (Associazione Italiana Guide e Scouts d'Europa Cattolici) con 19mila iscritti e i laici del Cngei (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani) con 12mila iscritti. Ognuno ha libertà di azione anche se pare che nessuno abbia mai delineato una precisa politica linea sul tema.
L'unico documento ufficiale di cui è possibile trovar traccia è il convegno organizzato lo scorso anno dall'Agesci per discutere quello che veniva definito come il «problema omosessualità». In quell'occasione uno dei relatori arrivò a suggerire la convocazione dei genitori e il ricorso ad uno psicologo nel caso in cui si sospettassero tendenze omosessuali in un ragazzo, tradendo la fiducia degli adolescenti e suggerendo fantomatici rimedi alla sua naturale predisposizione sessuale. Una posizione contestata che non mancò di suscitare le ire di alcuni enti (un po' come avvenuto anche negli Stati Uniti) e il dissenso del mondo scientifico. Ed è forse questo il motivo per cui l'intero discorso pare sia finito nel nulla, senza particolari echi o effetti organizzativi.
Ma è nel leggere gli interventi dei singoli capi che appare quasi evidente come l'assenza di una posizione chiara e condivisa (quasi una sorta di vuoto legislativo) stia portando ad una situazione quasi identica a quella che si registrerà negli Stati Uniti a partire dal 2014, con i singoli gruppi che decidono autonomamente se discriminare o meno i gay (se non altro, perlomeno nel caso italico, senza un veto esplicito alla presenza di capi gay).
Ciò nonostante pare molto diffusa anche in Italia l'idea che i capi gay debbano quantomeno nascondere il proprio orientamento sessuale per evitare di «turbare e condizionare i giovani», così come sostenuto nel 2000 anche dall'allora presidente Agesci, Edo Patriarca: «Credo che un gay capo scout debba porsi il dubbio: sono utile nel ruolo di educatore? Utile, s'intende rispetto ai diritti dei bambini, che devono prevalere rispetto a quelli degli adulti. Oppure posso recare danno, dare scandalo? Gli adolescenti scrutano i capi, ogni loro atteggiamento, lo fanno per costruire la loro identità. Un gay ha aspetti di sessualità non risolta. Ritengo che quando il problema si pone in una comunità di capi scout sia opportuno che quella persona rifletta e magari decida di fare un passo indietro».
Dello stesso avviso è anche Mauro Giannelli, capogruppo di Roma 89 Pietralata, che a Il Messaggero dichiara: «Non possiamo chiudere gli occhi. Il rapporto con la Chiesa ci vincola, anche perché i capi scout devono essere impeccabili, d'esempio, testimoniare la loro rettitudine». Insomma, l'impressione è che i gay vengano ritenuti un cattivo esempio (il tutto senza preoccuparsi troppo di quanto sarebbero utili ad eventuali esploratori gay, oggi costretti a veder criminalizzata la propria diversità) quasi come se l'esser gay possa essere contagioso (ma, così come un ragazzo non è etero solo perché ha avuto un capo etero, così non diventerà gay per il solo fatto di essere stato in contatto con un gay. Al massimo l''unico rischio tangibile è che possa crescere senza inutili pregiudizi).
A sottolineare come questa pozione non sia limitata alla sola Agesci è Piermario Trulli, responsabile romano dell'associazione cattolica Scout d'Europa, che afferma: «Nessuna discriminazione per i ragazzi ma non si può aprire agli educatori. La diversità è una ricchezza ma l'orientamento sessuale non è una priorità: i ragazzi hanno problemi molto più importanti». Considerato che lo scoutismo accoglie ragazzi dagli 11 ai 21 anni, è curioso sentir sostenere che per un adolescente che sta sviluppando il proprio orientamento sessuale non sia una priorità il sentirsi accettato e, magari, incontrare l'esempio di chi ha vissuto sulla propria pelle il proprio senso di diversità.
Ad ampliare ulteriormente le casistiche giungono i commenti che è possibile ritrovare su vari forum. c'è chi racconta di essere un capo gay dichiarato e di non aver ricevuto resistenze dalla propria gruppo, e ci sono ragazzi che affermano di essere stati allontanati alla prima ravvisagli della loro omosessualità. Riassumendo, c'è chi discrimina e chi non discrimina: la decisione è demandata all'intelligenza e alla sensibilità delle singole comunità capi, forse anche nell'ottica di prevenire ogni possibile accusa (se non c'è una posizione, chi mai potrebbe criticarla?) pur garantendosi la possibilità di fare ciò che si vuole.