Tempi spiega l'ideologia di piazza San Giovanni: tu non devi esistere perché io non ti voglio


Si ha l'impressione che il Family Day sia stato controproducente per i suoi stessi organizzatori. L'aver acceso i riflettori sulla questione ha portato l'opinione pubblica a farsi delle somande. Hanno visto migliaia di persone pronte a scendere in piazza nella convinzione che qualcuno voglia far scegliere ai propri figli se essere uomini o donne, ma poi hanno visto anche che la soluzione suggerita sia l'affossamento delle unioni civili gay, la mancata tutela dalle aggressioni di stampo omofobo e la fine dei progetti anti-discriminazione nelle scuole.
Considerato come solo Di Tolve sostenga che la sessualità possa essere «scelta», è apparso immediatamente evidente che nessuno abbia mai parlato di «poter scegliere» la propria sessualità. Allo stesso modo è oggettivamente evidente la totale assenza di collegamenti fra la minaccia paventata e la soluzione suggerita,

In un articolo di Aldo Vitale, il settimanale Tempi tenta di rilanciare le proprie ragioni e di sostenere che la fantomatica «ideologia gender» esista davvero. Spiegano:

Dal punto di vista dei sostenitori dell'identità di genere non c'è nessuna ideologia, ma soltanto la speranza che l'ordinamento giuridico statale riconosca tutte le loro pretese, cominciando dalla possibilità di costruire la propria identità di genere secondo la propria volontà, senza ancorarla, dunque, né al dato biologico che la determina sessualmente secondo la dicotomia maschile/femminile, né agli stereotipi etici o religiosi di riferimento.

Ecco dunque che si parte dal presupporre che i diritti siano «pretese» (un termine che presuppone una richiesta illecita) e che gli stereotipi di genere siano questioni «etiche o religiose». Insomma, è Dio a volere che la donna non possa aspirare a nulla di più a ciò che è il ruolo che la tradizione le riserva, ossia il lavare le mutande sporche del marito mentre lui si diverte con gli amici del calcetto. P forse è la Chiesa a voler difendere la propria misoginia nel riservare il sacerdozio ai soli uomini.

Ad apparire evidente è anche il voler negare che la realtà possa essere più complessa di una semplificazione binaria che possa riportare l'intera esistenza umana al solo dato biologico:

L’ideologia gender mira a cancellare il dato biologico e l'elemento etico della sessualità, cioè le strutture oggettive, naturali ed inderogabili della persona, per sostituirle con il dato psicologico e l'elemento storico-culturale, cioè con i fattori transeunti ed eventuali dell’esistenza individualisticamente intesa.
Con tutta evidenza ci si trova dinnanzi ad una ideologia poiché, in quanto tale, si tratta di un pensiero teso a negare risolutamente la realtà per rifondarla secondo un preciso programma “utopistico” di ri-costruzione culturale fondata di volta in volta sul paradigma individualistico del desiderio, su quello soggettivistico dell’inclinazione, cioè, in definitiva, su quello totalitaristico della volontà.

In altre parole, si sostiene che chiunque non rientri nella definizione di eterosessuale sia un egoista che vuole realizzare sé stesso anche se loro hanno deciso che non deve poterlo fare. Non è questione di natura, è l'individualismo di chi non vuole stare alla natura che loro conoscono. È diverso, quindi sbagliato. Anzi, dicono dicono addirittura che sia una «sofisticata e pericolosa» minaccia «per la libertà di pensiero e di coscienza».

Peccato che il ragionamento non regga: si parte dal presupposto di essere il metro di giudizio per giudicare l'umanità intera (della serie: se mi piace la patata, allora sbaglia chi preferisce altro) e si chiede che il proprio pregiudizio sia imposto all'altro in una limitazione della libertà di pensiero e di coscienza altrui.
Perché ciò sia possibile è necessario presumere che debbano esserci persone con più diritti di altri, altrimenti come potrebbe la libertà di questo primo gruppo a poter essere così illimitata da poter limitare quella altrui?

Appare così evidente la pericolosità di una simile rivendicazione. Il volersi ergere a giudice della verità assoluta e il rivendicare il diritto di poter decidere che cosa sia la normalità (volendola poi imporre per legge) è ciò che ha sempre condotto alle più sanguinose dittature. Nel momento stesso in cui si sostiene che i propri convincimenti personali debbano limitare la libertà altrui, deve necessariamente scattare un campanello d'allarme. Perché magari qualcuno potrà non condividere (o non conoscere) il pensiero di un altro, ma nulla lo legittima a scendere in piazza per chiedere che l'altro debba avere minori diritti di quelli non abbia lui.
1 commento