Il ddl Cirnnà è rinviato a settembre, senza una data precisa. Adinolfi canta vittoria


La notizia era nell'aria ed ora è stata ufficializzata: il progetto di legge sulle unioni civili non verrà discusso in Aula prima della pausa esitava e slitterà a settembre. La decisione è stata presa dalla conferenza dei capigruppo del Senato e il presidente di Palazzo Madama, Pietro Grasso, ne ha dato notizia. Al momento non è ancora stata fissata una data.
Il Sel aveva proposto una modifica del calendario dei lavori delle prime settimane di settembre in modo da poter discutere il ddl il 10 settembre ma l'assemblea del Senato ha respinto la richiesta. Si paventa dunque l'ipotesi che la discussione non riprenderà subito e che i gay dovranno attendere ancora a lungo prima di vedersi riconosciuti alcune briciole di diritti civili (il provvedimento, infatti, è già stato ampliamene svuotato da qualunque reale uguaglianza di dignità con le coppie eterosessuali sposate).

Dinnanzi all'ennesimo schiaffo a migliaia e migliaia di gay che per lo stato Italiano valgono meno di zero, lo schiaffo finale arriva dal solito Mario Adinolfi che parla di «vittoria» nell'essere riuscito ad impedire che i diritti altrui potessero essere riconosciuti. Si legge la sua felicità nel sapere che se domani un gay dovesse morire, l'eredità sarebbe gestita dai parenti e non dal suo compagno (che per lo stato è un perfetto estraneo). Festeggia nel sapere che nelle scuole qualcuno picchierà i ragazzi gay perché sanno che per lo sono persone che valgono meno di chi ha due mogli o si è sposato a Las Vegas. Insomma, parlare di «vittoria» dinnanzi a qualcosa che fa del male agli altri è aberrante.

Ma Adinolfi non si ferma lì e in un lungo e noioso testo si prende il merito di aver personalmente impedito i diritti della comunità lgbt. Dice di aver iniziato «ad analizzarne il testo subito dopo aver cominciato a scrivere Voglio la mamma» nel settembre del 2013 «trovandolo inconsistente e giuridicamente ai limiti del ridicolo». E sarebbe «per questo motivo» che Renzi lo accantonò nell'estate del 2014 attraverso un'intervista rilasciata ad Avvenire. Dice che « Il i3 gennaio 2015 uscì in edicola il primo numero de La Croce e cominciò da subito il nostro racconto dei pericoli insiti in quel provvedimento. Si cominciava finalmente a parlare di ideologia gender». Insomma, si vanta di aver parlato di aver iniziato a far parlare di fantomatiche «ideologie gender» teorizzate dalla Russia e dai partiti di estrema destra, così come si parla di fantomatici pericoli che sarebbero rappresentati dall'uguaglianza di diritti.
Dice anche che «se La Croce ha un merito è quello di aver spiegato al paese il ddl Cirinnà in tutta la sua pericolosità, con un'analisi dettagliata dei diciannove articoli di cui è composto, rendendo evidente infine che se l'ideologia gender era da temere il ddl Cirinnà ne era il compimento, il traguardo a cui il mondo lgbt mirava: poter affermare, cioè, che un figlio può nascere da due papà o da due mamme, che ruolo materno e paterno sono intercambiabili, che la distinzione maschile-femminile è irrilevante».

Proseguendo a sostenere che è lui l'unico artefice del blocco della legge e del mancato riconoscimento dei più basilari diritti umani di migliaia di persone, vanta anche di aver impedito qualunque contrasto alla violenza omotransofobica nelle scuole. «Su La Croce da gennaio abbiamo spiegato che chi si batte per evitare la "colonizzazione ideologica" nelle scuole, deve prima di tutto battersi contro il ddl unioni civili, che di quell'ideologia rappresenterebbe il trionfo. E dalle colonne del giornale in edicola abbiamo chiamato alla mobilitazione, consapevoli che solo il rendersi evidente di una opinione pubblica contraria al ddl Cirinnà ne avrebbe fermato l'approvazione. Alcuni, anche nella gerarchia cattolica, non hanno visto di buon occhio questo nostro attivismo».

Quando il 26 marzo 2015 la commissione Giustizia del Senato ha adottato il ddl Cirinnà come testo base, Adinolfi dice di averlo nuovamente bloccato. «Come quotidiano La Croce decidemmo di passare ad una comunicazione più netta ed esauriente sui punti critici di un disegno di legge di cui molti parlavano, ma nessuno lo aveva letto». Ovviamente non è proprio così dato che si sta parlando della nota stepchild adoption che si limita a permettere l'adozione da parte del partner non biologico del figlio del genitore biologico. Se per tutti quella norma è una garanzia per i bambini, Adinolfi ha abusato della credulità dei suoi lettori per far credere che in un qualche modo quella è «la norma con cui si legittima la pratica dell'utero in affitto». Come già accennato non è così, ma d'altronde è difficile credere nella buona fede di chi lo sostiene dato che per ricondurre quell'articolo alla maternità surrogata è necessario presupporre che tale pratica sia oggi lecita per le coppie eterosessuali.
Per farla breve, Adinolfi deve necessariamente sapere che lui può tranquillamente andare in India, avere figli e vederli riconosciuto dallo Stato Italiano. Ma quello che non vuole è che i figli delle coppie omosessuali possano avere le medesime tutele legali dei suoi figli.

Nell'auto-celebrazione di Adinolfi, il racconto di questa vicenda diventa un po' diverso: «Aver svelato questo punto nodale della legge si rivelò un terremoto -sostiene- la Cirinnà per settimane provò a negare che la sua legge si occupasse di utero in affitto, ma le nostre insistenze la costrinsero a cambiare strategia e oggi propaganda l'articolo 5 come "punto qualificante" della sua proposta di legge». Ricorrendo al suo noto vittimismo, aggiunge che «da quel momento è accaduto tutto molto velocemente. Più il mondo lgbt si faceva aggressivo contro di noi e proclamava accelerazioni sul ddl Cirinnà, più si è fatta evidente la necessità di una risposta unitaria».

Racconta così come il mondo omofobico sia sia riunito per dar vita ad una delle più brutte manifestazioni che l'epoca repubblicana ricordi: una piazza piena di gente che non manifestava per qualcosa ma contro qualcuno. Ad unire tutte quelle realtà vi era infatti la rivendicazione di voler ritenere che la propria famiglia fosse più meritevole di quella altrui e che i diritti dovessero essere calpestati nel nome di privilegi:

Ci conoscevamo tutti, ognuno era geloso delle sue piccole cose, noi per primi. Ma l'urgenza ha prodotto un miracolo: Manif pour tous, circoli Voglio la mamma, Giuristi per la Vita, Sentinelle in piedi, Notizie Provita, tanti altri luoghi associativi, con la spinta decisiva del Cammino Neocatecumenale e Radio Maria hanno cominciato a ritrovarsi attorno a un tavolo per discutere operativamente. Come quotidiano La Croce accettammo il sacrificio di cancellare l'iniziativa del Palalottomatica per andare verso quella che pareva una follia, decisa il 2 giugno 2015 mentre dal terrazzo dove eravamo riuniti vedevamo passare le Frecce Tricolori: portare in piazza cento volte le persone che si sarebbero ritrovate al Palalottomatica, convocarci a piazza San Giovanni a strettissimo giro, il 20 giugno, perché i senatori sostenitori del ddl Cirinnà annunciavano insistentemente l'approvazione entro la pausa estiva. Nasceva quel 2 giugno il comitato "Difendiamo i nostri figli".

Adinolfi sostiene che «il 20 giugno un popolo immenso si è ritrovato in piazza San Giovanni e ha stupito l'Italia» e dice che «ai piedi del palco, dove ebbi l'onore di spiegare una volta e per tutte l'imbroglio dell'articolo 5 del ddl Cirinnà, c'erano alcuni parlamentari, un paio dei quali siedono in commissione Giustizia e da quel momento hanno avuto chiaro che c'era un popolo che consegnava loro un mandato: non far approvare una legge sbagliata, che il popolo italiano non voleva».
Si presuppone dunque che quelle quattrocentomila persone siano «il popolo italiano» e che il resto dei cittadini non contino più di un calzino bucato, così come si festeggia dinnanzi a politici che per un tornaconto elettorale non hanno avuto problemi a calpestare i diritti umani di migliaia di persone.

Detto tutto ciò, Adinolfi si spinge nell'illustrare il piano con cui intende impedire che in autunno i gay possano avere dignità sociale e il riconoscimento delle loro famiglie (prerogativa che secondo il direttore del La Croce spetterebbe ai soli eterosessuali sulla base di un diritto di nascita indipendentemente dalle finalità del rapporto, dalla convenienza dell'unione o dalla presenza di figli).
«Avendo chiare le motivazioni per cui sul ddl Cirinnà stiamo vincendo, avremo una road map da seguire per la fase autunnale che ci dovrà vedere protagonisti. Bisogna avere chiaro i terreni su cui muoverci», dice.
Si partirà dunque dalle solite campagne di disinformazione volte a sostenere che esista «un pensiero unico» e che il giornale di Adinolfi sia da considerare come un «antidoto» perché «siamo stati capaci di dare ogni giorno fastidio». Si punterà poi anche sul terreno parlamentare attraverso il ricorso «a parlamentari di opposizione come Malan e di maggioranza come Giovanardi» e sulla raccolta firme lanciate dalle varie realtà omofobiche italiane.
Adinolfi afferma anche che «le comunità Lgbt sono nostre avversarie in questa dialettica» e che «Matteo Renzi non vede il ddl Cirinnà come una priorità e sarà bene monitorare le sue mosse [...] Sapendo, ovviamente, che anche Renzi è un politico e dunque se dovesse trovare conveniente l'approvazione del ddl Cirinnà, lo farà approvare. Dobbiamo continuare a far essere non conveniente tale approvazione».

Oncoomentabile è il finale, nel quale Adinolfi si lancia nel sostenere che tutto quel male sia compiuto «a difesa della Costituzione, del nostro diritto di famiglia vigente, dei nostri figli&eraquo;. Curioso sarebbe scoprire cosa ci sia scritto nella sua copia della Carta Fondamentale dato che al resto del mondo civile pare che il principio di non-discriminazione non sia volto esattamente a sostenere una battaglia per la discriminazione.

Clicca qui per leggere l'articolo integrale pubblicato da Adinolfi.
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