Per par condicio, anche noi dovremmo poter dire che i fondamentalisti sono simpatizzanti della pedofilia?



Tutta la vicenda ha avuto inizio quando Silvana De Mari ha sostenuto che Mario Mieli dovesse essere ritenuto pedofilo sulla base di un'interpretazione altamente ideologica di una frase che la signora ha provveduto a decontestualizzata dal suo concetto. Quello fu il suo pretesto per andare da Mario Adinolfi e scrivere un articolo in cui chiedeva la soppressione dei finanziamenti alle attività di informazione e di contrasto all'omofobia del Circolo Mario Mieli di Roma in quanto lei riteneva che i suoi iscritti dovessero essere ritenuti «simpatizzanti della pedofilia». Fu denunciata e inviata a giudizio.
Recentemente invitata da Lilli Gluber ad Otto e mezzo, la fondamentalista (a processo per due distinti casi di promozione all'odio) ne ha approfittato per spergiurare, senza alcun contraddittorio, che le sue accuse contro Mieli dovessero essere ritenute «la verità» e che il circolo a lui nominato non avrebbe mai dovuto poter ricevere fondi per contrastare un'omofobia. Ancor più dato che lei sostiene che l'omofobia debba essere ritenuta «libertà di pensiero» al pari di sessimo, xenofobia e razzismo. Curioso, dato che secondo la sua teoria anche la falsa pedofilia di cui accusa Mieli dovrebbe rientrare in quella sua concezione di «libertà di pensiero», soprattutto dato che dalla Gluber ammise che Mieli non abbia mai sfiorato un bambino o avuto pensieri nei loro confronti (d'altra parte non si capisce perché mai l'avrebbe dovuto fare dato che mai teorizzò mai che un adulto dovesse poter abusare di un minore, ndr).

Fratelli d'Italia, l'organizzazione forzanovista Provita Onlus, i fondamentalisti della CitizienGo e il quotidiano di Belpietro ne hanno approfittato per avviare una nuova macchina del fango contro l'attivista, basando la loro campagna di disinformazione su quelle teorie ritrite che vennero già sostenute nel 2015 da Carlo Giovanardi e che sono già state sbugiardate decine di volte. ma in un Paese senza memoria, una bugia può essere rispolverata ossessivamente se si ha a disposizione una macchina propagandistica che possa far affidamento su gruppi lobbisti, su mecenati stranieri e persino su membri del governo.
La Lega di Matteo Salvini non ha perso tempo a salire sul carro degli omofobi ed ha bloccato il finanziamento alla produzione del film dedicato alla vita di Mieli, sostenendo che a loro siano bastate le insinuazioni della signora De Mari perché si mettesse in dubbio il progetto. Evidentemente crede che il regista, gli sceneggiatori, i dipendenti di Rai Cinema e il consiglieri di Regione Puglia siano tutti dei deficienti e che la verità possa essere quell vomitata da una fondamentalista anti-gay che registrava video destinati al mercato di Mario Adinolfi in cui asseriva che «il cervello normale delle persone normali prova ripugnanza dinnanzi ai gay».
Grave è anche la forma comunicativa scelta dal Carroccio, con la sottosegretaria alla Cultura, la leghista Lucia Borgonzoni, che è andata dai giornali di destra a raccontare che lei «non è disposta a scucire un solo euro che possa finanziare un film che incita alla pedofilia». Non è chiaro perché faccia nomi e lanci accuse prima di aver fatto le dovute verifiche, ma sarebbe come se qualcuno andasse dai giornali a dichiarare che «se la leghista Lucia Borgonzoni ha stuprato un bambino di due mesi andrebbe arrestata». È evidente che prima bisognerebbe motivare l'accusa dato che l'uso di un «se» non basta a togliere il peso dell'insinuazione avanzata.
Anche in questo caso è evidente una certa ipocrisia, dato che la Lega dice di voler abrogare la Legge Reale-Mancino per il contrasto all'odio razziale e religioso dato che Salvini sostiene che «il pensiero non va processato», ma poi chiedono la censura del pensiero di Mieli sulla base di illazioni non comprovate. Qualcuno dirà che Mieli è accusato di un reato. No. Anche a voler accogliere le bugie della signora De Mari, la legge italiana viete gli abusi ma non vieta opinioni riguardanti la pedofila.

In quello che ha tutta l'aria di un piano propagandistico coordinato e progettato per gettare discredito contro Mario Mieli, il timore è che il fondamentalismo organizzato voglia aizzare l'opinione pubblica contro chi ha denunciato la loro De Mari. D'altra parte un'eventuale condanna farebbe passare il messaggio che non è sufficiente far ricorso ad un abuso della religione o cercare di spacciate l'odio come una «liberà di pensiero» per poter impunemente diffamare e promuovere odio contro un intero gruppo sociale.
Dato che per loro l'omofobia un business e lo strumento che usano per esercitare potere politico, pare evidente che la difendano a spada tratta. Se gliela togliessero, non avrebbero più nulla tra le mani.

Gli effetti a breve termine giù si possono osservare sui social network, dove squadristi setacciano la rete per insultare e denigrare chiunque osi raccontare la verità su Mieli e contrasti la loro propaganda.
Ad esempio è un loro seguace a citare Il Giornale per sentenziare che Mieli debba essere ritenuto «favorevole alla pedofilia» e che i suoi film siano stati voluti da Renzi. Lo dice come se quella tesi fosse un dogma di fede, sottolineando come a lui non servono prove, gli basta che la De Mari gli permetta di poter denigrare un gay morto per ostentare la sua rabbia contro gli avversari politici.
Per qualificare il soggetto basterebbe anche solo osservare come ci tenga a dire che lui non guaderà Pechino Express perché lo ritiene «un programma ideologico che fa il lavaggio del cervello». Il motivo? Ci sono dei gay e nel vittimismo che contraddistingue la propaganda fondamentalista se ne esce scrivendo: «Mi chiedo se il signor Della Gherardesca permetterà la partecipazione di qualche eterosessuale».
Tornando a Mieli, è per difendere la propaganda diffamatoria promossa dalla Manif pour Tous (l'organizzazione di promozione all'odio transofobico che vede i suoi leader sul libro paga della Hatzer Oil di Ignacio Arsuaga) che lo troviamo attaccare chiunque smentisca le loro tesi. Lo troviamo persino pronto a chiedere l'arresto di una ragazza che aveva denunciato la falsità delle accuse dell'organizzazione fondamentalista di Savarese perché chi «solidarizzare con chi ha inneggiato alla pedofilia dovrebbe essere perseguibile». E dando per scontato che le bugie della De Mari debbano essere ritenute meritevoli di un valore giuridico, sbraita che ogni risposta alle sue accuse costituirebbe «reato» e che si dovrebbe ringraziare «l'anonimato» di Internet perché «se sapessi il tuo nome, ti segnalerei subito alle autorità».
Poi, emulando il comportamento della De Mari che l'ha portata alla sbarra, usa una insensata proprietà transitiva per attaccare la ragazza dicendo: «Non abbiamo altro da dirci, pedofilia».
Ecco che le accuse di pedofilia viaggiano, in quella violenza verbale che caratterizza i seguaci di Savarese e una dialettica che la sua setta ha cercato di promuovere a danno della società. Valesse la regola della par conditio, forse anche noi dovremmo poterli accusare di pedofilia per puro piacere personale. D'altra parte la  ricostruzione storica ci racconta che Maria avesse tra i 14 e 15 anni quando venne presa in sposa da un Giuseppe ampliamene maggiorenne e, considerato come Filippo Savarese paia ritenere che i fatti non debbano essere contestualizzati nella loro epoca ed in virtù di come lui si ostini a sostenere di voler essere definito "cristiano", secondo le regole applicate dalla sua stessa gente dovremmo iniziare a dire che san Giuseppe era un pedofilo e che Savarese e i suoi amichetti debbano essere accusati di promuovere la pedofilia.
Sembra un delirio, è vero, ma è quello che la sua  gente si sente legittimato a fare davanti ad una De Mari che ha svariate pendenze processuali ma viene invitata ad andare in TV a sbraitare le sue teorie.
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