Allarmismi e luoghi comuni nell'articolo anti-sieropositivi gay pubblicato dall'Huffington Post



Creare un vero scoop giornalistico costa lavoro e fatica, ma pare che Francesco Teodori preferisca le scorciatoie. È infatti dicendo di aver trovato un unico ragazzo disposto ad accettare la sua proposta indecente che sull'Huffington Post si inventa un falso «fenomeno» che lo vede vomitare pregiudizi vecchi di quarant'anni, forse eccitato all'idea di quanti soldini avrebbe potuto guadagnare facendo facile allarmismo sulla pelle di un intero gruppo sociale.
È infatti lui ad aver firmato un articolo intitolato “Sesso con partner affetti da Hiv? Si trova su Grindr. Viaggio nel rischio che eccita i giovani più del viagra”. E se la litania sul fatto che i gay avrebbero l'Aids ha decisamente stufato, è nel 2018 che Francesco Teodori se ne esce con le sue patetiche semplificazioni che rischiano solo di creare cieco stigma. In fondo si sa che quei gay che distribuiscono profilattici nelle discoteche le proteste dei cattotatlebani non sarebbero attenti alla salute come quell'eterosessuale di Adinolfi che se ne va in radio a raccontare ai ragazzini che lui sconsiglia l'uso del preservatoci perché scomodo o come quella Costanza Miriano che va negli oratori a dire alle ragazzine che Dio le farà bruciare all'Inferno se oseranno fare sesso protetto. E forse manco sono come quel Matteo Salvini che ha messo incinta l'amante mentre era ancora sposato con la sua prima moglie...

Teodori dice si essersi finto sieropositivo su Grindr e di aver cercato di «rimorchiare» ragazzi «affascinati» dall’HIV. Sostiene che un 20enne avrebbe abboccato e gli avrebbe rivelato di far sesso con uomini sieropositivi in quello che l'articolo paragona ad una «roulette russa». Un solo ragazzo, l'unico da lui scovato, viene presentato come testimonianza di quello che il giornalista sostiene sarebbe «un fenomeno». Il tutto condito con toni allarmistici e luoghi comuni che fanno male all'informazione.

Dal congresso Arcigay è arrivata la dura replica da parte di un delegato:

Cara redazione, caro Francesco Teodori, care professoressa e dottoressa, questa lettera nasce dalla necessità di salvaguardare le persone, la conoscenza e il progresso civile affinché non si perseveri più nella diffusione mediatica di notizie fallaci e di parole che ormai non ha più senso utilizzare. Che questo articolo avesse una sorta di alone viola l’avevamo intuito dal “sieropositive, ovvero portatori di HIV” ma che questo articolo fosse un vero e proprio revival degli anni ’80 no, non ce l’aspettavamo. Con tutta franchezza, di quei tempi ci piace riascoltare la musica ma non quelle parole che hanno seminato terrore e sofferenza, semplicemente perché non più attuali e rappresentative della realtà. Perché sì le parole sono importanti, soprattutto se si tratta di parole in un articolo destinato al vasto pubblico, soprattutto se si tratta di parole che descrivono in maniera errata la condizione di sieropositività oggi e stigmatizzano ancora di più le persone (sì, persone) sieropositive. “Malati”, “soli”, “non gli importa di poter contagiare qualcuno”, “il rischio di contrarre la malattia e di trasmetterla resta comunque pericolosissimo per la vita propria e l’altrui”, “su tutto il sesso contaminato dal rischio mortale, aleggia una terribile sensazione di morte”. E’ proprio un alone viola questo! Ci tocca ricordarvi qualcosa.
In primis che attualmente le persone sieropositive in terapia con carica virale non rilevabile hanno una aspettativa di vita simile alle persone sieronegative e che attualmente morire di AIDS è raro. E’ necessario ricordarvi che ad oggi le persone sieropositive lavorano nelle scuole, nei tribunali, nei ristoranti, negli ospedali, negli uffici, hanno una vita normale, normali relazioni amicali, sentimentali e sessuali, ma ci tocca soprattutto ricordarvi che ad oggi le persone sieropositive in carica virale non rilevabile non trasmettono il virus. Sì, perché la scienza lo dice ormai da un po’, spazzando quell’alone viola a cui però questa società e articoli come questi, parole come queste, sono ancora legati. Anzi vi diremo di più, che è molto più alta la probabilità di trasmissione del virus avendo rapporti sessuali con una persona di cui non si conosce lo stato sierologico che con una persona sieropositiva in terapia. Ecco perché, a questo punto, potrete capire realmente cosa differenzia una persona sieronegativa da una persona sieropositiva: lo stigma. Stigma che questo articolo non solo mette in luce ma lo innalza e lo potenzia. Dopo questa minima alfabetizzazione (che ci si aspetterebbe da un giornalismo di qualità) però passiamo alla metodologia. Questo articolo appare un’inchiesta, come dimostra il suo indagare ciò che sta dietro il fatto, eppure non si è posto minimamente il dubbio che dietro al fatto ci sia la sola iniziativa del singolo che lei ha trasformato in “diffuso”. Dove è riportata la percentuale di persone che attua questo tipo di comportamento? Quanto tempo è stato sull’app di incontri per essere certo che tale fatto sia un fenomeno diffuso e non sia relegato a un singolo individuo da lei intervistato? Dove sono le sue ricerche? Intervistare due psicologhe sul death drive freudiano non fa di questo articolo un’inchiesta, tanto per capirci. Proprio a quest’ultime però vogliamo rivolgerci. “Manca oggi una vera educazione sessuale-affettiva, degli insegnamenti che possano aiutare a riconoscere le emozioni e ad incanalarle positivamente”. E’ vero, infatti la nostra associazione promuove da sempre un’educazione alla sessualità e all’affettività, che può essere condotta solo però con la consapevolezza. Ci chiedevamo dunque come mai, due professioniste della sessualità e dell’affettività non abbiano contrastato minimamente le parole stigmatizzanti del giornalista o come non abbiano tenuto in conto la pericolosità delle parole utilizzate nei confronti dell’affettività e sessualità delle persone sieropositive. Siamo amareggiati per la necessità di dover scrivere una lettera così, quando fra poche settimane, ci sarà il WAD, Word AIDS Day. In questa, e in ogni attività svolta durante l’anno, la nostra associazione (e molte altre) promuove messaggi di consapevolezza, di informazione ma soprattutto di sensibilità, trasmettendo alle persone la necessità di “combattere lo stigma e non le persone”. Alla luce di quanto detto sopra, ci auguriamo che venga fatto un articolo, strutturato in maniera più seria e non confondendo un singolo con la massa. Un articolo che miri a combattere lo stigma perché ad oggi di HIV non si muore, di stigma sì!.
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