Si trova ancora su Google Play l'app che vuole «recuperare» gli omosessuali e che li definisce «malati»



Se Google ufficialmente si dice aperta alle differenze e pronta a non discriminare le minoranze dall'altra si fa portatrice di bufale e di cattiverie gratuite, senza una base valida, contro di esse. In questo è emblematico il caso dell’applicazione che paragona l'omosessualità a una «malattia» e ad una «dipendenza» promuovendo percorsi di «recupero» portando un forte dubbio sulle vere intenzioni della piattaforma.
Ideata dal gruppo religioso Living Hope Ministries è stata rimossa a dicembre 2018 da Amazon e Apple dopo tre anni di permanenza sulle loro piattaforme grazie a una petizione lanciata da Truth Wins Out. Come fa notare La Stampa, sono molte le comunità che in rete rispondono al nome di Living Hope Ministries e, tra queste, c’è chi ha preso le distanze da quella, fondata nel 1989, che ha ideato la app. In risposta il direttore esecutivo di Living Hope Ministries Ricky Chelette ha detto che «Ci sono tonnellate di app pro-gay» aggiungendo che: «Siamo semplicemente qui per aiutare coloro che non vogliono essere gay. Aiutiamo solo quelle persone che ci cercano». E se non ci sono prove per avvalorare l'efficacia delle suddette «terapie» appare enormemente grave che altre aziende come Facebook nel 2018 permettevano la pubblicizzazione sulla sua piattaforma di «terapie per la cura dell’omosessualità» o tese a promuovere «la purezza sessuale» utilizzando il targeted advertising per indirizzare il tutto a utenti LGBT (ovviamente stesso discorso accadeva, e forse ancora accade, con altre minoranze). Una vicenda che, una volta emersa, ha visto Facebook correre ai ripari cancellando, solo dopo essere stato ripreso, le inserzioni in questione. Infatti le norme per gli inserzionisti prevedono che gli annunci «non devono sfociare in pratiche pubblicitarie predatorie o contenere contenuti che discriminano, molestano, provocano o screditano le persone che usano Facebook o Instagram» anche se quando i soldi fanno gola va bene tutto in barba alle regole della policy o delle leggi degli Stati (emblematico come il Russiagate avesse anticipato tutto questo di un pezzo).
Speriamo che queste piattaforme possano non ricoprirsi d'infamia sostenendo posizioni già ampiamente antistoriche e antiscentifiche per racimolare qualche migliaio di dollari anche se, ormai, la frittata sembra ampiamente fatta.

Marco S.
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