Google ha rimosso Gayburg anche dai suoi risultati di ricerca



Sono ormai undici giorni che Google sta tenendo in ostaggio le nostre pagine attraverso l'inserimento di un infamante messaggio in cui sostiene che «alcuni lettori» lo avrebbero contattato «perché ritengono che i contenuti di questo blog siano discutibili». Ma oltre all'offesa di quelle accuse, è da un punto di vista più tecnico che Google ha reso inaccessibili quelle pagine a tutti i motori di ricerca.
Se oggi provate a cercare la parola "gayburg" su Google, troverete solo le pagine accessorie e quei pochi articoli che non sono stati ancora rimossi. Non vi sarà traccia del sito, candidato per quattro anni consecutivi come miglior sito lgbt ai Macchianera Awards ed ora nascosto da Internet senza alcuna spiegazione.

Nonostante le mail, le telefonate non risposte, i messaggi inviati e gli articoli con cui abbiamo cercato di dar visibilità all'accaduto (ne hanno parlato Open, Gay.it e Next Quotidiano), da parte del colosso di Mountain View non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Anzi, in realtà non ci è stato permesso neppure di presentare una formale contestazione alla censura dato che non pare esista mezzo per poter comunicare ufficialmente con loro.
In undici giorni non sappiamo neppure chi sarebbero questi fantomatici «alcuni lettori» che si sarebbero lamentati con loro o quali contenuti siano stati indicati come «discutibili». Ma sappiamo che Gayburg è stato ora rimosso anche dalle pagine di ricerca di Google. Tutto il materiale pubblicato nel corso degli ultimi 13 anni, tre mesi e 28 giorni è stato censurato e reso inaccessibile a irricercabile. In una parola, è stato censurato.

L'articolo 21 della Costituzione sancisce che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». L'articolo 24 aggiunge che «la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento».
Belle parole, ma il nostro diritto alla libertà di pensiero è stato censurato senza possibilità di difesa e non pare esista mezzo per chiedere il rispetto di quei principi costituzionali. Non quando in ballo c'è una multinazionale così ricca e potente. Non quando non si hanno amicizie politiche che offrono patrocini pubblici ai meeting dell'omofobia organizzata.
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