Il sito di Zaira Bartucca santifica Gian Luca Rana e definisce "fake-news" la sua omofobia



È falso perché lo dico io. Pare questo il principio su cui si basa un surreale articolo pubblicato dal sito dalla giornalista calabrese Zaira Bartucca, il quale ha tentato di negare il caso di omofobia avvenuto all'interno del pastificio di Giovanni Rana.
La tesi sostenuta è che la difesa dell'azienda avrebbe avuto ragione e che la sentenza dei giudici sia stata sbagliata. Anzi, giurano che i giudici della Cassazione non avrebbero mai condannato il dirigente per «comportamento vessatorio» come scritto nella sentenza.

L'articolo intitolato "Gian Luca Rana e il finocchio, la fake news è servita" si apre con una sfilza di lodi verso Gian Luca Rana e con una spiegazione di come siano le «casalinghe» a dover cucinare dato che gli stereotipi di genere promossi da Gandolfini risparmiano l'uomo da ogni incombenza domestica. Ad un tratto, l'articolo incalza:

Come in tutte le famiglie, però, anche a casa Rana esisterebbero le “pecore nere”: è il caso di due manager fuoriusciti dall’azienda che avrebbero intentato una causa verso Gian Luca Rana per aspetti che con l’omofobia non c’entrano nulla, e cioè per presunti mancati pagamenti e per presunte accuse di mobbing che già erano state rigettate in primo grado. Sarebbero stati i due ex dirigenti a “vendicarsi” della decisione, e a gridare a vanvera nomi di ortaggi per convincere l’opinione pubblica dell’esistenza di un Gian Luca Rana che amava approfittarsene della posizione gerarchica e fare del cameratismo con i dipendenti più stretti.
Fuffa per pettegoli o, meglio, l’altra versione, quella di cui la stampa commerciale che si compiace di rintracciare omofobia e razzismo anche dove non c’è, si è sentita di appoggiare, come al solito senza verifica e omettendo particolari importanti. Come da prassi, senza neppure dare spazio a un minimo di contraddittorio. 

Secondo il sito, dunque, non esisterebbe alcuna omofobia nel fatto che Gian Luca Rana amasse apostrofare come «un suo dirigente», così come si sostiene che il «contraddittorio» consista nel dare credibilità ad una difesa rigettata dai giudici di Cassazione.
Si inizia così a raccontare che i giudici abbiano sbagliato e che «tutto il Pastificio Rana e in particolare Gian Luca Rana tengono a precisare che il quartier generale di San Giovanni Lupatoto sono profondamente rammaricati dalla strumentalizzazione di una vicenda che, è bene ribadirlo, nulla ha a che fare con il tema della discriminazione e dell’orientamento sessuale».
Immancabile arriva il paragrafo in cui ci si lamenta che i gay sarebbero cattivi perché non si lasciano discriminare in silenzio:

Rana come Barilla e Mulino Bianco. Non è la prima volta che un’azienda italiana si trova a dover fronteggiare attacchi che godono di regie, braccia operative ed eminenze grigie. Che, spesso, vengono ripresi dall’opinione pubblica, avvezza ad indignarsi in maniera istantanea senza domandarsi se, in realtà, dietro non ci sia dell’altro. Era capitato già a Barilla e Mulino Bianco, finiti nel vortice delle polemiche negli scorsi anni per aver proposto troppo spesso l’idea di famiglia tradizionale, per giunta italiana.

Anche qui è evidente una strumentalizzazione dei fatti, dato che le critiche riguardarono un'affermazione con cui Barilla disse che non avrebbe mai accettato famiglie gay all'interno dei suoi spot, motivo per cui alcuni consumatori esercitarono il loro diritto nel poter decidere di comprare prodotti di altre aziende. Eppure è inveendo contro gay e persone di colore che l'articolo pontifica:

Un modello che non fa il paio con altre campagne pubblicitarie, quelle basate sul principio che il gay o la persona di colore ci debba scappare per forza, sempre e comunque. Comandi e pressioni organizzati soprattutto tramite l’hate speech sui social, che negli anni ha costretto Barilla a ripiegare su testimonial come il papà single, Mulino Bianco con la bimba illustrata di colore di un’apprezzato tipo di biscotti. Due casi noti ma la lista è, a ben guardare, ancora lunga. Un meccanismo che implicitamente tenta di distruggere anche le migliori aziende italiane dall’interno, ma che non tiene conto di un aspetto: la solidarietà degli italiani che poi scatta. A quel punto non si boicotta, ma anzi è caccia al tortellino.

Insomma, dicono non sia vero ma è poi dicono che è in nome di quella non-verità che bisognerebbe premiare chi discrimina. Il tutto, da prassi, dopo essersi arrogato il diritto di parlare a nome degli italiani manco si trattasse di un tweet propagandistico di Salvini. E se tutti ricordiamo come Casa Pound diramò le immagini in cui si mostravano impegnati a far incetta di prodotti Barilla, tutti sappiamo che la maggioranza degli italiani la pensava in maniera assai diversa o Barilla non sarebbe stato spinto a cambiare idea dopo un confronto con i consumatori che si erano sentiti insultati.

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