La realtà è che Gayburg è stato chiuso da Google lo scorso 12 febbraio



Anche se stiamo continuando a pubblicare articoli, la realtà è che Gayburg è stato chiuso da Google lo scorso 12 febbraio. A dirlo sono i dati. Ed in fondo è comprensibile che alcuni utenti scelgano di non visitare un sito di informazione che Google ha marchiato con un infamante messaggio in cui si invitano gli utenti a non visitare le nostre pagine dato che imprecisati «alcuni utenti» avrebbero «contattato Google perché ritengono che i contenuti di questo blog siano discutibili».
E già qui qualcosa non torna. Dal 12 febbraio ad oggi, per oltre due settimane, abbiamo cercato in ogni modo di contattare Google, ma nessuno risponde nel forum di assistenza, il telefono della loro sede italiana suona a vuoto e non abbiamo ottenuto alcun riscontro alle raccomandate che abbiamo provveduto a spedire ai loro ufficio. Come diamine avranno fatto quegli imprecisati «alcuni utenti» a «contattare Google» se pare impossibile poterli contattare?
Fatto sta che per 13 anni, 3 mesi e 18 giorni abbiamo lavorato duramente per produrre oltre 17mila articoli. Poi, il 12 febbraio 2019, qualcuno ha schiacciato un qualche bottone e decine di migliaia di ore di lavoro sono state mandate in fumo. Il tutto, peraltro, senza che nessuno si sia degnato di dirci il motivo di tale scelta.

Il mese di marzo si è chiuso con il peggior risultato dall'agosto del 2013, con l'aggravante di come i risultati della prima metà del mese fossero al di sopra della media del periodo. Tanto basta per capire che così non si potrà andare avanti: se le sue limitazioni non verranno rimosse al più presto, non avrà senso continuare ad investire così tanto tempo nella produzione di articoli che vengono pubblicamente denigrati da Google. E non andrebbe meglio creando un sito a pagamento che possa essere svicolato dalle logiche censorie di Mountain View, dato che la prospettiva di dover attendere il 2032 per poter ottenere la link popularity che Gayburg ha duramente guadagnato negli ultimi 13 anni è di per sé disincentivante.
Ma ancor più disincentivante è il fatto che, a fronte di 13 anni di nottate passate davanti al pc a lottare per i diritti di un'intera comunità al posto di concedersi un meritato riposo sul divano dopo una lunga giornata di lavoro, non siano stati ritenuti meritevoli della benché minima attenzione da parte di chi avrebbe potuto fare qualcosa. È un discorso brutto da farsi dato che chi ci sta leggendo è probabilmente parte di quel gruppo che ha espresso piena disponibilità nel supportarci, così come non possiamo che ringraziare Open, Gay.it e Next Quotidiano per aver raccontato quanto ci stava raccontando. Ma se il senatore leghista Simone Pillon propone interrogazioni parlamentari per qualunque sciocchezza riguardi le organizzazioni aderenti alla lobby da lui rappresentata e se Provita Onlus è solita contro chiunque osi contestare le organizzazioni a lei vicine, nel nostro caso non c'è stato un solo politico o una sola organizzazione da noi contattata che si sia spesa nel pronunciare una sola parola al fine di chiedere una qualunque spiegazione a Google. A noi non rispondono al telefono ma è importabile possano non rispondere a loro.
Evidentemente, checché ne dicano gli integralisti, non esiste alcuna «lobby gay» e non esiste neppure una qualche forma solidarietà che possa far sentire al sicuro chi si spende in prima persona. E se questo accade davanti ad un semplice blocco, figuriamoci cosa accadrebbe se un qualche giudice dovesse accettare una delle tante denunce che i gruppi fondamentalisti dicono di aver sporto contro di noi. Se le associazioni di avvocatura lgbt non hanno risposto alla nostra semplice richiesta di un parere sulla alla possibilità di poter ricorrere ad un avvocato, evidentemente non ci troveremmo ad avere un Gianfranco Amato che si offre di patrocinare gratuitamente la professoressa che ha insultato uno studente gay in un liceo piemontese. E a quel punto non pare valerne più la pena.

Alcuni di voi ci hanno chiesto che cosa potevano fare. Purtroppo non lo sappiamo. L'unica possibilità che ci viene in mente è quella capire se una qualche associazione o un qualche politico a voi darà retta, anche solo per garantirci il diritto costituzionale a conoscere i motivi per cui Google ha deciso tutto d'un tratto di limitare l'accesso al nostro sito e di limitare conseguentemente anche il nostro diritto di opinione e di espressione. L'articolo 24 della Costituzione sancisce che «la difesa è diritto inviolabile». A noi non è stato concesso.
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