Le origini del World Congress of Families (che non è un convegno in cui "si parla" di famiglia come spergiurano Salvini e Meloni)



Com'è possibile siano bastate poche ore perché Allan C. Carlson sia passato dal sostenere che Mosca fosse dominata dalla «sporcizia e dall’incuria» al dichiarare che la si dovesse ritenere una città «straordinaria»? A spiegarcelo è la seconda parte dell'inchiesta curata da Playing the gender card sulle origini del World Congress of Families, la manifestazione integralista che quest'anno farà tappa nella città di Verona sotto l'egemonia e i patrocini elargiti dalla Lega di Matteo Salvini.
Se in un precedente articolo abbiamo ricostruito la visione di famiglia patriarcale teorizzata dal fondamentalista Carlson per conto di alcune organizzazioni legate al fondamentalismo cristiano statunitense, è nel gennaio del 1995 che l'uomo venne invitato a Mosca da Ivan Shevchenko (nella foto), ossia dal presidente della Confraternita ortodossa di scienziati e specialisti (Фавор) e candidato cosiddetto «pro-family» per le elezioni alla Duma attraverso la piattaforma politica «Famiglia-Terra-Casa: Patria». Fu lui a fargli rivalutare la Russia, chiedendogli di reclutare adepti e di organizzare una «conferenza internazionale sulla famiglia programmata per quell'estate in un monastero ortodosso vicino Mosca». Carlson gli rivelò che anche lui stava pensando ad una «conferenza che sia una specie di informale Congresso delle Famiglie con l’obiettivo di sfidare le pressioni comuni vissute dalle famiglie nelle moderne nazioni, in relazione allo stato e all'economia, e redigere un “appello” o “dichiarazione” ai governi del mondo, in cui siano incluse richieste comuni». Praticamente aveva già teorizzato quello che due anni dopo sarà effettivamente il primo World Congress of Families (WCF).
Carlson si eccitò notevolmente anche dinnanzi alla rivista Семья в России [La famiglia in Russia] di Darmodekhin, ispirata fin dal titolo alla pubblicazione che lui curava attraverso il Rockford Institute The Family in America. Ed anche in quelle carte si proponeva di ridefinire la famiglia come un nucleo etero-patriarcale universale, preesistente allo stato. Ben presto Carlson, Antonov e Darmodekhin firmarono un protocollo d'intesa per il loro progetto politico: era nata un'alleanza tra i conservatori occidentali e gli anticomunisti post-sovietici.
A distanza di due anni da quel viaggio, dal 19 al 22 marzo 1997 si tenne il primo World Congress of Families organizzato dal Center on the Family in America; dalla confraternita ortodossa Фавор presieduta da Shevchenko; dal dipartimento di sociologia della famiglia dell’Università Statale di Mosca presieduto da Antonov; dall’Občanský Institut e da altre organizzazioni conservatrici. L'obiettivo primario era quello di creare strumenti e strategie in contrapposizione alle politiche dell’ONU.
I relatori concentrarono i loro discorsi su una presunta “crisi” demografica, sul matrimonio tra un uomo e una donna, sulle famiglie numerose, sulla necessità di ritornare a un’economia basata sul lavoro agrario. Il tutto facendo leva sulla religione, sostenendo che i loro obiettivi fossero accomunati dalla fede in un solo dio e dall'opposizione al vecchio regime sovietico, al marxismo, al neo-marxismo, alla liberazione sessuale, al capitalismo consumista (che avrebbe "obbligato" le donne a lavorare) e al femminismo.
È dunque falso sostenere che quella manifestazione sarebbe una sorta di forum in cui discutere di "famiglia" così come sostengono gli integralisti, dato che l'obiettivo dichiarato è la sua ridefinizione in chiave patriarcale, con donne costrette a starsene recluse in cucina e figli educati a casa per impedire possano sviluppare un pensiero autonomo che contrasti con  il volere del loro padre-padrone. E in fondo basta guardare alla lista dei relatori per comprendere che non ci sia i sia alcuna voce fuori dal coro, così come i ritornelli di Gandoòlfini e di Giorgia meloni sulla fantomatica "priorità educativa del padre" contro le tutele giuridiche dei figli non è altro che un pretesto per sostenere che loro reputa che i bambini siano oggetti di cui poter disporre a proprio piacimento. E non va meglio con quelle donne che Mario Adinolfi dice di voler pagare per produrre figli purché rinuncino a lavorare e rinuncino ad avere progetti che non siano la maternità o le faccende di casa.

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