Secondo il sito di Zaira Bartucca, le purghe dei gay in Cecenia sarebbero state inscenate da Amnesty International con i soldi di Soros



Durante la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti, è presumibile che fossero le vittime a denunciare i soprusi subiti e non certo i loro aguzzini. Eppure il sito di propaganda Rec News pare sostenere che la realtà andrebbe scelta secondo la propria convenienza... e la convenienza della loro responsabile, la giornalista calabrese Zaira Bartucca, è quella di negare l'esistenza delle purghe dei gay in Cenia al fine di negare la gravità del suo aver augurato ad alcuni gay di finire nelle mani del leader ceceno Ramzan Kadyrov.
Peccato che ad alimentare leciti sospetti basterebbe anche solo leggere i messaggi che il suo compagno ucraino (nonché co-fondatore di Rec Nerws) ha pubblicato sui social in cui spiegava che Kadyrov ha «insegnato» ai gay che devono vivere nascosti se non vogliono essere uccisi. In altri messaggi, diceva tutto tronfio che i gay «sono stati cacciati da Russia e Cecenia» in quella che appare come una chiara e lucida visione delle persecuzioni in atto.
Eppure il surreale articolo esordisce citando le parole di Kadyrov e sostenendo che i pochi giornali liberi debbano essere consideri anti-governativi:

“Si stanno passando tutti i limiti con l’informazione gay-friendly”. A dirlo, rompendo il silenzio sull’argomento, è stato il 13 febbraio il portavoce del Primo Ministro della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov, Alvi Karimov. “Stanno seduti – ha detto a Ria Novosti, negli uffici a Ginevra, Washington e in altre città. Si citano l’un l’altro, ma non hanno né un dato oggettivo né un fatto attendibile”. Il riferimento è alle “purghe” che avrebbero colpito alcuni omosessuali in Cecenia. A scriverne per la prima volta era stato il primo aprile del 2017 il giornale anti-governativo Novaya Gazeta, che aveva parlato di “un centinaio di uomini detenuti e torturati” e di “tre morti”. A parlare di “mostruose torture” è stato a stretto giro Igor Kochetkov, il capo della comunità Lgbt. La stessa che fornisce dati considerati “verificati” ad Amnesty International.

Si inizia così a contestare il dato verificato da Amnesty, negando l'evidenza di come l'associazione e dlatre fonti indipendenti abbiano poi spiegato di aver verificato ulteriormente i fatti attraverso il confronto incrociato delle testimonianze delle vittime:

I “dati” di Amnesty International. Ma su cosa si basano i “dati” forniti da Amnesty international? Su due filoni principali. Il primo: quanto diramato dalla Rete lgbti Russia. Lo scrive la stessa Amnesty in una breve nota del 14 gennaio 2019. Una scelta tutt’altro che imparziale: un po’ come chiedere a una multinazionale che produce vaccini se i vaccini fanno male.

Proseguendo nella diffamazione di Amnesty, si arriva a citare quel Soros che i gruppi neofascisti nominano ormai ad ogni occasione. Ed è cercando di sostenere che la difesa della libertà di scelta delle donne dovrebbe screditare l'attività di un'organizzazione che si batte per i diritti civili, affermano:

Amnesty è l’organizzazione che, per sua stessa ammissione, ha ricevuto donazioni dal manipolatore mediatico George Soros, il magnate di Open Society che si è occupato di finanziare campagne come quella pro-aborto in Irlanda.

Surreale è come si passi così a dichiarare che Amnesty International sarebbe un'organizzatine «pro-gay», sostenendo implicitamente la liceità della discriminazione basata sull'orientamento sessuale anche se il buonsenso ci porterebbe a ritenere che quell'asserzione sarebbe equivalente a sostenere che si possa essere «pro-biondi» o «pro-occhi azzurri» in quanto caratteristiche umane di pari valore in termini di naturalità. Eppure loro dicono:

L’organizzazione riporta che “dal dicembre 2018 almeno due persone sarebbero state torturate a morte in Cecenia perché ritenute gay o lesbiche”. AI propone come “fonte attendibile” (ma di certo non imparziale) la Rete Lgbti, che parla dell’arresto di “40 persone nella città di Argun” e di un “edificio governativo” in cui gli omosessuali sarebbero stati “sottoposti a maltrattamenti e torture. Le autorità – riferisce l’associazione pro-gay – avrebbero poi distrutto i passaporti per impedire loro di lasciare il paese”. Ammissioni su cui la stessa Amnesty sente di dover andare con i piedi di piombo: “due persone sarebbero state– scrive senza fornirne ulteriori dettagli – torturate a morte”.

Il negazionismo prosegue sostenendo che none esisterebbero casi concreti e che quelli riscontrati andrebbero ritenuti inaffidabili dato che le autorità cecene negano si sarebbe trattato di torture illegali praticate dalla polizia. Peccato sarebbe molto difficile attendere che possano dichiarare apertamente di aver violato ogni più basilare diritto umano.
E se la trattazione da loro proposta è lunga e noiosa, l'articolo pare ignorare uno dei temi cardini della faccenda: se davvero non c'è stata alcuna purga, perché le autorità cecene e russe hanno impedito un'inchiesta indipendente? Se davvero non avessero avuto nulla da nascondere, non sarebbe stato nella loro convenienza permettere a degli osservatori di poterlo constatare?

La teoria sostenuta dal sito di Zaira Bartucca pare però preferire presentare come verità rivelate le teorie delle autorità cecene, sostenendo che:

“I gay hanno avuto soldi per portare disordini”. Il 25 gennaio 2018, il Primo ministro della Repubblica Cecena è intervenuto sull’argomento in un’intervista a firma di Mikhail Youzhny di Komsomolskaya Pravda. “Noi abbiamo – ha detto – prove convincenti che i gay di altre nazionalità hanno preso soldi per radicarsi in Cecenia, poi hanno fatto le dichiarazioni rilevanti, e in seguito hanno ricevuto un rifugio all’estero. Ho le prove: video, file audio, anche messaggi vocali”. Youzhny definisce quello che viene definito “scandalo gay” come “un prodotto del network di informazione SMI (СМИ)”.

Di quei video e di quei messaggi non se ne sa nulla, ma pare che al sito della signora Bartucca basti che i ceceni si dichiarino innocenti perché a loro possa andare bene la loro versione dei fatti.

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