È l'anniversario della liberazione dal nazifascismo



A sentire Giorgia meloni o Matteo Salvini, il 25 aprile non andrebbe festeggiato perché loro dicono sia una «festa divisiva» che offende la sensibilità dei neofascisti e dei nostalgici del regime fascista. Tanto basta a comprendere i limiti di una destra italiana che appare retrograda rispetto a quelle europee, simpatizzante dei regimi in cui un qualche Simone Pillon possa alzarsi in piedi per sbraitare a squarciagola che lui vuole essere ritenuto superiore agli altri in virtù di come si è trombato sua moglie.
Ma l'Anniversario della liberazione d'Italia non può essere ritenuta «divisiva» a meno che non si voglia cancellare una Costituzione antifascista come quella che governa l'Italia. Il 25 aprile è infatti una giornata fondamentale per la storia d'Italia e assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall'8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista.
Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il re Umberto II, allora principe e luogotenente del Regno d'Italia, emanò un decreto legislativo luogotenenziale datato 22 aprile 1946 in cui si sanciva: «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale». La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi e il 27 maggio 1949, con la legge 260, venne istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale.
Voltare le spalle al 25 aprile significa abbracciare il fascismo, che lo si voglia ammettere oppure no.
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