Il blocco di Google ci costringe a sospendere nuovamente le pubblicazioni



Quando il blocco è stato momentaneamente rimosso, avevamo immediatamente ripreso le pubblicazioni a testimonianza di come noi vorremmo poter continuare a fare il lavoro di informazione che abbiamo svolto negli ultimi 14 anni. Ma da lì a poco, Google è tornato a bloccarci.
Era già successo nel dicembre del 2015, quando il sito era stato oscurato per 15 giorni. E poi, ancora, dal 12 febbraio del 2019 sono arrivati altri 21 giorni di oscuramento, lo stesso che stiamo ormai subendo dallo scorso 15 maggio in quella che pare sia ormai diventata una prassi che si ripete ciclicamente. Si tratta di un totale di 51 giorni di infamanti messaggi che hanno danneggiato e danneggiano tutt'ora la nostra immagine oltre che ad impedire un libero accesso ai nostri testi.
Purtroppo, mentre Google continua ad ignorare le nostre richieste di chiarimenti, ci troviamo costretti a sospendere nuovamente le pubblicazioni. Non è una nostra scelta, ma una vera e propria imposizione che stiamo subendo da parte di Google, anche in virtù di come ogni articolo che attualmente pubblichiamo sia un articolo che danneggia persino i nostri profili social in quanto Google comunica loro che ogni nostra pagina debba essere considerata «discutibile».
nel frattempo su Blogger spopolano i blog che invitano i genitori ad infliggere fantomatiche "cure" dell'omosessualità ai loro figli anche se questo potrebbe spingerli al suicidio, eppure Google dice che quei contenuti siano adatti ai minori mentre i nostri debbano essere oscurati a tutti.

Come funziona il blocco?
Quando visitate le nostre pagine e trovate un avviso in cui Google vi informa che imprecisati «utenti» lo avrebbero contattato perché «ritengono che i contenuti di questo blog siano discutibili», noterete che verrete reindirizzati ad una pagina su un dominio di loro proprietà in cui c'è un file che impone ai motori di ricerca di non indicizzare le pagine. È questo il motivo per cui Gayburg è completamente sparito da qualunque motore di ricerca e può essere raggiunto solo da chi ne conosce l'indirizzo e dichiara di voler leggere contenuti che Google definisce «discutibili».

E cosa succede sui social network?
Il re-indirizzamento di Google vieta ai social network di poter leggere i titoli delle pagine o di poter estrarre le immagini. Inoltre, dato che l'url degli articoli non corrisponde a quello della pagina su cui Google dirotta i loro spider, Facebook inibisce la distribuzione dei contenuti sulle bacheche degli utenti perché crede si tratti di materiale fraudolento. E non va meglio su Twitter, dove i link vengono marcati come "non sicuri" e pertanto gli utenti vengono invitati a non aprirli e a non condividerli.

Perché non vi comprate uno spazio e andate altrove?
Il nostro progetto era quello. Abbiamo introdotto un dominio di secondo livello e i reidirizzamenti con codice 301 avrebbero dovuto farci ereditare il precedente PageRank. Però qualcosa non ha funzionato e Google ci ha già pesantemente penalizzati.



Il grafico mostra in maniera inequivocabile come qualcosa sia cambiato dopo il secondo blocco: gli stessi contenuti e le stesse pagine hanno improvvisamente visto dimezzato il traffico iniziale, peraltro senza alcuna flessione come ci si potrebbe aspettare in caso di una variante umana.
Ripartire significherebbe presentarsi come un sito appena nato, come se non ci fosse mai stato tutto il lavoro svolto per pubblicare gli attuali 20mila articoli. Il tutto con l'incognita di non poter sapere perché la visibilità naturale dei contenuti sia improvvisamente stata limitata, col rischio che il nuovo progetto possa essere penalizzato ancor prima di nascere.
A ciò si aggiunge lo sconforto di come pare che nessuno abbia voglia di darci una mano: abbiamo chiesto aiuto ad associazioni, enti, senatori e personaggi pubblici, ma sinora nessuno ha ritenuto neppure di doverci degnarci di una risposta. Lavorare gratis al fine di promuovere i diritti di un gruppo per poi ritrovarsi ad essere presi a calci sulle gengive e ad essere lasciati soli nel momento del bisogno è quanto ci fa passare la voglia di fare attivismo. Avessimo ottenuto aiuto o quantomeno solidarietà, il discorso sarebbe statoio diverso... ma se a nessuno frega niente, perché mai dovremmo sbatterci?
Ci spiace solo che possiamo lamentarcene solo con voi, che se siete qui è perché ci avete supportati fini all'ultimo minuto e probabilmente siete fra quelli a cui importava qualcosa.

Possiamo fare qualcosa?
Se vi va, potete vedere se voi troverete qualcuno che sia disposto a farsi spiegare da google perché i nostri contenuti non possono essere pubblicati. Noi abbiamo scritto a decine di persone ed enti, arrivando a contattare anche il Presidente della Repubblica. Ma, ad oggi, pare che a nessuno sia fregato nulla se la la nostra libertà di espressione è stata soppressa.
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