Silvana De Mari continua a diffamare: «Il Mario Mieli di Roma è un movimento di pedofili»



Silvana De Mari continua a chiedere soldi per finanziare i suoi processi per diffamazione contro i gay. Sostiene che 400 persone abbiano già messo mano al portafogli per ricompensare economicamente la sua omofobia e che altre 9.600 dovrebbero fare altrettanto per fornirle un budget da 100mila euro:


Nell'articolo linkato, la signora Silvana De Mari di autoproclama «la vostra voce» e spergiura che «L’affermazione che Mario Mieli era un pedofilo è vera e inoppugnabile». E se da prassi la signora De Mari ama sostenere che le sue opinioni debbano essere ritenute verità divine, non si sottrae dal bullarsi di come i processi le stiano dando visibilità mediatica.

Riproponendo le sue rivisitazioni ideologiche delle frasi di Mieli (che essendo morto non può manco denunciarla per diffamazione aggravata), la signora De Mari si lancia nel sostenere che:

Mieli dichiara la sua pedofilia nel senso di desiderio erotico, ed espone un programma di atti pedofili, riassunti nelle parole faremo l’amore con loro. Dichiara il progetto dell’atto pedofilo, l’atto fisico con il bambino, come migliore della non pedofilia. L’atto pedofilo costituisce un danno enorme e irreversibile sia dal punto di vista psichico, a volte un danno irreversibile anche dal punto di vista fisico. Fare l’amore con loro, e un termine eufemistico che non indica solo l’atto di provare piacere attraverso il corpo del bambino, ma indica l’atto di introdurre il pene nel corpo del bambino, un corpo piccolo e immaturo, con possibili danni vaginali e sicuri danni anali anche irreversibili, tanto più quanto il piccolo corpo è al di sotto della pubertà.

Se al posto di citare frasi decontestualizzate leggesse l'intero testo, sarebbe evidente che l'atto da lei descritto non abbia nulla a che vedere da una pagina che attacca chi sostiene che i bambini debbano essere visti come oggetti asessuati. Mieli non ha alcuna intenzione di penetrarli come sostiene la signora, rivendica solo il loro diritto ad una sessualità.

E non va meglio quando aggiunge:

La rivoluzione preconizzata da Mieli consiste nell’imporre la pedofilia, combattendo chi la combatte.

Oppure:

Grave la parola dispregiativa checche che Mieli usa, dimostrando il suo odio di se, il suo auto profanarsi: un odio che ha raggiunto l’apice nella coprofagia e nel suicidio.

L'suo della parola «checche» a cui fa riferimento la signora De Mari non è usata in forma dispregiativa, ma è un uso positivo della parola che in quegli anni veniva usata contro gli omosessuali. Osservare come la signora cerchi di usare il suicidio di Mieli per diffamarlo è un atto talmente disgustoso da non meritare commenti.

Non meno disgustosa è un'altra sua asserzione che puzza di recidiva:

Gravissimo il plurale. Mieli non dice: io checca rivoluzionaria, ma dice noi checche rivoluzionarie. Chi intende con la parola noi? Lui e tutti i suoi seguaci, quelli che useranno il suo nome, quelli che raccomanderanno il suo libro come lettura edificante e fondamentale, coloro che scriveranno descrivendo la vita e l’opera di Mieli come buona e raccomandabile? Mieli fonda un movimento di pedofili, il suo libro è una costruzione ideologica che afferma la pedofilia come elemento positivo, buono, giusto e la mancanza di pedofilia come repressione e “educastrazione”, termine da lui coniato che fonde educare e castrare. Quel Noi ci può spingere a pensare che con lui ci siano tutti quelli che useranno il suo nome, per esempio per darlo a un circolo cui appartengono?

Ma i suoi seguaci non provano schifo verso una persona capace di spergiurare simili amenità?

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