Costanza Miriano: «I gay non hanno nulla per cui essere orgogliosi»



Come ogni anno, la fondamentalista Costanza Miriano ha ritenuto di dover ostentare il suo odio anticristiano contro l'intera comunità gay. Questa volta l'affronto passa attraverso un articolo intitolato "Orgoglio di cosa?" che la signora ha pubblicato sul sito integralista "Pagine cristiane".
Negando che l'omosessualità sia un orientamento sessuale e ostentando come non abbia ancora capito che i generi, i sessi e l'orientamento sessuale siano tre cose diverse e che sia ridicola (se non pura malafede) la sua abitudine ad usarli come sinonimi, è inveendo contro i pride che dice:

Adesso, a prescindere dal tipo di inclinazione sessuale – solo per un momento, facciamo finta che esista qualcosa di diverso dal sesso, maschio e femmina – a me pare che organizzare delle parate per celebrare l’orgoglio della propria inclinazione sia davvero surreale. Uno è orgoglioso perché ha fatto qualcosa di grande, qualcosa che non tutti fanno, o almeno non automaticamente.

La signora Costanza Miriano esordisce dunque con una premessa di pura disinformazione, volta a ricamare dietrologie dietro un termine a cui lei attribuisce significati errati. Il concetto di "Pride" è stato codificato e spiegato durante cinquant'anni di manifestazioni: è semplicemente l'orgoglio di essere quel che si è.
Purtroppo la resa del termine inglese "pride" ha creato in italiano numerosi equivoci attraverso la traduzione più usata, "orgoglio", mentre la traduzione più corretta sarebbe "fierezza", cioè il concetto opposto alla vergogna, vista come la condizione in cui vive la maggior parte delle persone omosessuali.
Fatto sta che l'"orgoglio gay" si basa su tre assunti: che le persone dovrebbero essere fiere di ciò che sono; che la diversità sessuale è un dono e non una vergogna; che l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono innati e non possono essere alterati intenzionalmente.

Incurante della verità la fondamentalista preferisce ricorrere ai suoi soliti insulti gratitude e alle sue solite generalizzazioni:

Uno è orgoglioso perché ha dato la vita a dei figli o ha custodito altre persone, le ha sfamate o aiutate, perché si è speso per qualcosa in cui crede, perché ha combattuto per il bene del proprio paese o ha fatto qualcosa di serio, che ne so, con il suo impegno, nel lavoro, nello studio. Uno è orgoglioso perché ha vinto un oro olimpico, perché ha fatto una maratona sotto il suo tempo limite, ma anche perché ha vinto il torneo parrocchiale di ricamo o la selezione per l’ammaestratore di pulci, quasiasi cosa, per carità, non è che tutti vincano il Nobel o il Pulitzer o l’Oscar o l’oro (io no per esempio), però per essere fieri di qualcosa bisogna FARE qualcosa. Come si fa a fare una parata per cercare di convincere la gente che si è fieri di una inclinazione, che è peraltro diventata quella più di moda, sponsorizzata da tutto il mondo della finanza, dai grandi marchi commerciali, dunque funzionale in fondo, banalmente, tristemente, a un modello di consumo che ci vuole pecoroni omologati? C’è qualcosa di cui essere fieri? C’è qualcosa che si è fatto, un risultato conseguito, un limite – fosse anche il proprio, personale – superato?

Se pare ipocrita che la signora parli di chi "ha sfamato e aiutato" altre persone mentre promuove le politiche di Salvini contro l'accoglienza e contro la dignità delle persone che sono in ostaggio sulla SeaWatch, tutto il suo discorso pare un chiaro tentativo di sminuire la difficoltà che un gay incontra nel poter essere sé stesso mentre lei e la sua gente cercano di promuovere odio contro di loro.
Non meno patetico è il suo sostenere che essere gay sia "una moda" quasi come se tentasse di sostenere sia "una scelta" o il negare che c'è una differenza tra l'agiato mondo televisivo (che suo marito le ha garantito a spese pubbliche dopo aver nascosto il loro matrimonio) dal 14enne che deve affrontare il bullismo die compagni di classe.

Ed è defecando ulteriore odio che la signor Miriano inizia a dire:

Il problema è che viviamo in un’epoca di confusione tragica, non dico dei valori, che saremmo già oltre, ma persino della logica elementare del ragionamento. Un mio amico la chiama la palude dell’inconscio, qualcun altro la dittatura del desiderio. Per cui si può chiamare “orgoglio” il fare quello che viene, la più banale delle scelte. Per secoli, millenni ci hanno insegnato che il desiderio andava giudicato ed educato (Ulisse, le colonne di Ercole, eccetera, insomma, l’uomo che supera se stesso, che si educa in un cammino di ascesi in senso lato, non necessariamente religioso, cioè che trascende la povera carne di cui è fatto, che va oltre il limite della morte, se non grazie a Cristo almeno grazie al proprio valore, come era nelle civiltà non cristiane, pensiamo ad Achille, Patroclo eccetera). Adesso invece ci insegnano che il desiderio va sempre e comunque assecondato, io sono l’unico arbitro del mio desiderio, e non solo ho il diritto di assecondarlo, ma ne vado fiero, come se fosse difficile.
C’è un piccolo particolare: assecondare i propri desideri è una cosa che sanno fare tutti, meglio di tutti i bambini, ancora ineducati, che sono desiderio puro senza ragione e senza giudizio. Insomma viviamo nell’epoca dell’infantilismo, nel paese dei balocchi; purtroppo, come insegna Pinocchio, non siamo uomini veri finché non riconosciamo di avere un padre. La differenza è che Lucignolo sapeva di non essere un eroe quando faceva i comodi suoi, faceva semplicemente quello che sanno fare tutti. Ma orgoglio di cosa?

Pare una una caricatura di essere umano una donna che che va in giro a dire che l'omosessualità sarebbe «un desiderio» che viene «compiaciuto». O la signora sostiene che suo marito brami di poter far sesso con altri uomini e che si sforzi per trovare il coraggio di penetrare la sua vagina, oppure la signora sta palesemente mentendo con palesi finalità di mera promozione dell'odio.
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