Non sopportava più le vessazioni e violenze che i suoi compagni di classe gli riservavano quotidianamente. A soli 19 anni, Avi Patel si è tolto la vita.
Quel girone informare (che qualche integralista italiano sostiene debba essere ritenuta una «opinione» lecita di «chi la pensa diversamente») lo avevano portato a smettere di studiare e ad assistere il tracollo del suo rendimento scolastico nonostante fosse sempre stato uno tra gli studenti più blilanti e capaci del suo corso. Forse non intravedendo alcuna via di fuga, lo scorso 2 luglio ha pubblicato un messaggio d'addio sulla sua pagina Facebook:


Il mattino seguente il corpo del ragazzo è stato trovato senza vita. Si pensa che la data non sia stata scelta a caso dato che il 2 luglio è l'anniversario della giornata in cui l'Alta Corte di Delhi ha decriminalizzato l'omosessualità.
Ma se essere un indiano gay non comporta più il richio di essere arrestato, l'omofobia resta una piaga in grado di mietere vittime.

«Tutti sanno che sono un ragazzo, ma il modo in cui cammino, penso, sento, parlo … è come una ragazza. Le persone che vivono in India non amano questo. Tutti mi odiano per la mia natura», ha scritto Ami nel suo messaggio.
Spiega anche che non è stato lui a scegliere di essere omosessuale e che i termini con cui veniva offeso quotidianamente dai bulli lo facevano soffrire. Infine ha chiesto scusa alla sua famiglia. Già, proprio quella «famiglia» che gli omofobi hanno tramutato in un termine ideologizzato da usare contro Ami, contro i suoi affetti e contro la sua vita.
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