Secondo la setta di Cascioli, la libertà personale va tutelata solo se approvata dalle lobby integraliste

Riccardo Cascioli

La faziosità della stampa integralista pare incapace di ogni etica. Anziché spiegarci perché loro siano contrari alla prevenzione dei crimini d'odio, La Nuova Bussola Quotidiana attacca la legge contro l'omofobia approvata in Emilia Romagna titolando: "Emilia Romagna, regione bancomat per le associazioni Lgbt". Il tutto corredato da quelle solite immagini decontestualizzate con cui sui la setta di Riccardo Cascioli ama cercare di promuovere cieco odio contro interi gruppi sociali.

Patetico è anche il tentativo con cui il fondamentalista Giorgio Carbone scrive:

La legge regionale contro le discriminazioni di genere, approvata la settimana scorsa, non solo riduce la persona alle sue scelte e orientamenti, fonda le norme su aspetti mutevoli della personalità e punisce il reato di opinione. Essa si tradurrà anche in generosi contributi pubblici alle associazioni Lgbt e ai Gay Pride, e promuove la presenza delle stesse associazioni in molti ambiti tra cui scuola, sport, educazione, cultura, servizi sociali e servizi sanitari.

Si apprende così che per loro l'odio sarebbe «opinione» o che i contributi per i progetti di contrasto alla violenza siano ritenuti inaccettabili in quanto non finalizzati al loro diretto interesse. E non meno grave è come la "motivazione" della loro teoria è il loro non accettare possano esistere orientamenti sessuali o identità di genere che non siano specchio delle loro pulsioni. Scrivono:

Ai “Principi e finalità” della legge è dedicato l’art. 1, che al 1° comma così recita: «La Regione Emilia-Romagna […] promuove e realizza politiche, programmi ed azioni finalizzati a tutelare ogni persona nella propria libertà di espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché a prevenire e superare le situazioni di discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica». Non solo accetta acriticamente, ma dà riconoscimento giuridico-sociale all’“identità di genere” e a “orientamenti”.
Queste due espressioni ricorrono in quasi tutti gli articoli. Prescindo dal contenuto erotico-genitale degli orientamenti. Mi soffermo solo su un aspetto: l’orientamento per natura sua è cangiante, mutevole e in pari modo l’identità di genere – a detta dei suoi stessi fautori – è fluida. Orientamenti e identità di genere non sono dati oggettivi come il sesso, l’etnia, la razza, la data di nascita, né sono dati oggettivabili come le competenze culturali e professionali o gli handicap. L’ordinamento giuridico si fonda su dati oggettivi o oggettivabili, non su aspetti cangianti e mutevoli.

Due sono i punti principali della loro ideologia: sostengono che l'esistenza e l'identità delle persone debba essere soggetta alla «critica» da parte dei detrattori, decidendo chi debba poter vivere la propria vita e chi debba essere perseguitato perché sgradito ad altri. Ed ancora, si sostiene che la discriminazione diventerebbe legittima se non esiste un dato che loro reputano "oggettivo". peccato che loro usino spesso la religione e incoraggino la protezione per i gruppi religiosi nonostante la fede sia certamente meno verificabile di un orientamento sessuale.
Il tutto negando che il problema non è appurare che qualcuno sia gay, è impedire che possa essere perseguitato, picchiato o reso vittima di bullismo perché percepito come tale.

Si passa così a sostenere a spacciare l'orientamento sessuale per «una scelta» e a sostenere che bisognerebbe impedire ai gay di poter essere gay perché Cascioli dice che la ragione impone di essere specchio delle sue pulsioni sessuali:

Facendo costante riferimento alle categorie di “identità di genere” e “orientamenti”, la legge regionale riduce la persona umana alla sua scelta e al suo orientamento, indipendentemente dal contenuto di tale orientamento. Visione altamente dannosa perché giustifica qualsiasi condotta compulsiva, e rischia di produrre personalità psicologiche confuse, indeterminate e insicure, che si fermano ai propri orientamenti pulsionali senza armonizzarli nell’identità sessuale e nella ragione.

Si passa così a sostenere che l'insulto sia legittimo. Scrivono:

La Regione si impegna a contrastare condotte chiamate “dileggio”, “linguaggio offensivo” e “i pregiudizi che producono effetti lesivi della dignità, delle libertà e dei diritti inviolabili della persona, limitandone il pieno sviluppo”. Le espressioni “dileggio” e “linguaggio offensivo” sono troppo generiche, non sono definite e circoscritte dalla legge regionale. Quindi possiamo ragionevolmente sospettare che vogliano comprimere la libera manifestazione del pensiero, garantita a tutti i cittadini dall’articolo 21, 1° comma, della Costituzione. Infatti ogni opinione che sia contraria alle rivendicazioni dell’area LGBTQI (cioè lesbica, gay, bisessuale, transessuale, transgender, queer, questioning e intersex) può rientrare nella generica espressione “dileggio” “linguaggio offensivo”.

Anche qui potremmo osservare che a sostenere tali assurdità è quel gruppo di persone che usano l'accusa di «blafemia» come mezzo di propaganda politica, magari raccontando che loro si sentono offesi davanti a chi osa sostenere che Dio non sia omofobo. razzista ed intollerante come loro amano dipingerlo.

Sciacallando Bibbiano e cercando di usare quelle vittime come strumento per rendere altri ragazzi

Altro aspetto ricorrente nella legge (cf. artt. 2, 3, 4, 5, 6) è l’impegno della Regione a sostenere – cioè pagare con i soldi pubblici (cf. art. 4, c. 2) – progetti, iniziative funzionali a contrastare stereotipi motivati dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale. All’art. 4, c. 2 è detto esplicitamente: «La Regione può avvalersi della collaborazione, anche concedendo contributi, di organizzazioni di volontariato e di associazioni iscritte nei registri previsti dalla legislazione vigente in materia, impegnate in attività rispondenti alle finalità di cui alla presente legge». Come se i fatti di Bibbiano fossero accaduti in vano.

Ed ancora, si tenta di creare odio contro i Pride sulla base delle stronzate che la stampa integralista ama defecare a sfregio dell'ottavo comandamento:

L’art. 4 intitolato “Promozione di eventi culturali” al comma 1 recita: «La Regione e gli enti locali […] promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere». Quest’articolo è funzionale a finanziare con soldi pubblici manifestazioni “di ogni orientamento sessuale o identità di genere”. Non c’è bisogno della zingara per individuare queste manifestazioni. Si tratta dei gay pride. Dai recenti fatti di cronaca sappiamo che sono manifestazioni di strada contrarie al buon costume e alla pubblica decenza, e in quanto tali vietate dall’art. 21 della Costituzione.

Ed immancabile è ache il tirare in ballo la bufala «gender» in nome della propaganda 'doido con cui la setta di Cascioli ha basato il suo fatturato degli ultimi anni:

È una legge bancomat, perché è molto ragionevole che la semplice lettura di tale documento faccia sorgere un sospetto: la legge regionale è funzionale a finanziare con soldi pubblici le associazioni del mondo LGBTQ.
È una legge pass-partout: perché l’ente pubblico Regione Emilia Romagna incoraggia, finanzia e accredita le associazioni che promuovono l’ideologia gender perché siano attive in molti ambiti, tra cui ricordo quello della scuola, dello sport, dell’educazione, della cultura, dei servizi sociali e dei servizi sanitari.

Il tutto per concludere che la legge non doveva essere approvata perché le lobby omofobe non vedono problemi con l'ormofobia ed evidentemente chiudono gli occhi quando sui giornali si parla dei crescenti casi di aggressioni che avvengono per strada:

Un principio fondamentale che governa la produzione normativa è che le leggi devono essere emanate solo in caso di reale necessità, per soddisfare e recepire reali e concrete esigenze della collettività, nascenti dall’effettiva esigenza di regolamentare aspetti particolari della vita di relazione o dell’azione della Pubblica Amministrazione, nel chiaro intento di perseguire sempre e comunque il bene comune e non singoli interessi settoriali. Ma anche questo ragionevole aspetto è stato serenamente violato.

Pare dunque che prevenire la violenza non sia da loro ritenuto «bene comune» dato che loro non rischiano certo di essere aggrediti perché vanno a letto con una qualche donna.

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