Il delitto di Giarre


31 ottobre 1980. A Giarre, in provincia di Catania, vennero ritrovati i corpi di Giorgio Agatino Giammona (25 anni) e Antonio Galatola (15 anni). I due ragazzi erano scomparsi da casa due settimane prima e furono trovati morti, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa.
I due ragazzi erano noti in paese e venivano chiamati «i ziti» ("i fidanzati") in virtù di come Giorgio fosse dichiaratamente gay, dato che all'età di 16 anni fu sorpreso all'interno di un'auto atteggiamenti intimi con un altro ragazzo. I carabinieri lo denunciarono per atti osceni in luogo pubblico e giovane fu mandato in un riformatorio.
Questo precedente non solo lo etichettò agli occhi della comunità di Giarre come un "puppu cu bullu" (un omosessuale con il marchio), ma lo rese anche, nella narrazione distorta che seguì il delitto, il "corruttore" del più giovane Antonio. La sua storia personale, segnata dalla repressione della sua identità sessuale fin dalla giovane età, divenne un fardello che neanche la morte riuscì a cancellare, alimentando anzi il pregiudizio e l'ostilità nei suoi confronti.

Le indagini sul duplice omicidio furono un susseguirsi di superficialità e negligenze che gridano ancora oggi vendetta. Inizialmente, gli inquirenti si affrettarono a liquidare il caso come un omicidio-suicidio, una tesi che crollò quasi subito di fronte all'evidenza: la pistola fu ritrovata a distanza dai corpi, rendendo impossibile che uno dei due ragazzi l'avesse usata per poi togliersi la vita.
La svolta, o presunta tale, arrivò con la confessione di Francesco Messina, il nipote tredicenne di Antonio. Il ragazzo si autoaccusò del delitto, sostenendo che i due giovani gli avessero chiesto di ucciderli. Una versione dei fatti fragile e piena di incongruenze che, tuttavia, fu accolta con un certo sollievo dagli investigatori. Essendo il giovane non imputabile per via dell'età, il caso poteva essere chiuso rapidamente, archiviando una vicenda scomoda che gettava un'ombra sulla reputazione della cittadina.
Poco dopo, Francesco Messina ritrattò la sua confessione, denunciando di aver subito pressioni psicologiche da parte dei Carabinieri per autoaccusarsi. Ma la sua ritrattazione non sortì alcun effetto: per la giustizia italiana, il caso Giarre era e rimase chiuso.

Il disinteresse delle forze dell'ordine si manifestò in una serie di mancanze investigative gravi. Non fu condotta una adeguata perizia sulla scena del crimine e inizialmente non fu nemmeno chiamato un medico legale sul luogo del ritrovamento. Non furono mai condotte analisi accurate per determinare la traiettoria dei proiettili e le dinamiche dell'omicidio e l'ansia di voler chiudere il caso prevalse sulla ricerca della verità, ignorando piste alternative come quella del delitto d'onore o del crimine d'odio perpetrato da terzi.

La loro morte, tuttavia, non fu vana. L'ondata di sdegno che seguì portò alla fondazione del primo circolo Arcigay in Italia, segnando una tappa fondamentale nella storia del movimento per i diritti lgbt nel nostro Paese. Più di duemila persone parteciparono al funerale di Toni Galatola, ma nessuno prese parte a quello di Giorgio Giammona in quanto apertamente gay.
Come immediata conseguenza dei fatti, si costituì il primo collettivo del Fuori! della Sicilia orientale. Un mese dopo a Palermo da un'idea di Marco Bisceglia, un sacerdote apertamente omosessuale, fu fondato l'Arcigay, la prima sezione dell'Arci dedicata alla cultura gay.
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