L'Umbria leghista è tornata tentare di ridefinire la famiglia in chiave integralista

L'Umbria leghista è tornata ad attaccare la famiglia, proponendo di redifinirla secondo le pretese del fondamentalismo organizzato. In particolare, i leghisti vogliono obbligare le donne a produrre figli impedendo loro l'accesso alle pillole del giorno dopo, pagandole sulla base della produttività dei loro uteri. Vorrebbero anche imporre il tramontato ddl Pillon introducendo parole come “mediatore familiare”, “bigenitorialità” ed “affido condiviso”, in riferimento alla richiesta di Pillon volta ad obbligare i bambini a stare con genitori con cui non vorrebbero stare.
La Tesei parla anche di "inverno demografico" e promette di fare dell'Umbria un "territorio regionale amico della famiglia" con tanto di giornata regionale dedicata.
«Con questa proposta di legge l'Umbria si configura sempre più come un laboratorio politico di una destra fondamentalista patriarcale ed omotrasfobica, contraria alla libertà delle donne», dichiarano le associazioni riunite nella rete Ru2020, denunciando il tentativo di «affermare l'esistenza di un'unica tipologia di famiglia».
La Rete umbra per l'autodeterminazione aggiunge: «Nei pochi consultori sopravvissuti le associazioni delle famiglie diventano 'guardiane' e assumono un potere enorme insegnando la contraccezione 'naturale' e dissuadendo dall'aborto» denunciando il tentativo di introdurre una «monetizzazione della maternità».
Il capigruppo del Pd in consiglio regionale, Tommaso Bori, denuncia: «Per l'ennesima volta, la Lega e Pillon tentano di riportare tutti al Medioevo. In Umbria, dopo aver fallito l'assalto alla Ru486 e dopo aver tentato inutilmente di limitare il diritto di aborto, la destra ci riprova ancora». Thomas De Luca del M5S ha invece denunciato «la priorità della Lega di comprimere i diritti e la libertà di scelta, che apre le porte alla sanità privata».