Adinolfi torna ad usare il denaro come strumento di incitamento alla discriminazione


Mario Adinolfi sostiene che i Pride sarebbero «un'offesa alle famiglie contribuenti». Evidentemente ignora che anche i gay pagano le tasse, pur ritrovandosi con politici che festeggiano l'impunità garantita a chi dovesse aggredirli. Dovessimo stare al suo ragionamento, forse sarebbe le sostenere che siano le sue figlie a rappresentare un costo inaccettabile per tutti quei contribuenti a cui lui pretende venga negata una famiglia.

Evidentemente intenzionato a salire sul carro delle polemiche dei suoi concorrenti di Provita Onlus contro la Tesei, il signor Adinolfi è andato in televisione a dire che lui chiede rsattamente quello che chiedono loro: un ritiro del patrocinio alle manifestazioni a sostegno dei diritti degli altri.
La teoria di Adinolfi è che i Pride promuoverebbero la fantomatica «ideologia gender» e che l'omofobia debba essere ritenuto «un impegno preso con gli elettori». Ovviamente assicura anche che «i cattolici» sarebbero tutti omofobi e che sceglierebbero chi votare sulla base della discriminazione che verrà infertw alle minoranze, dato che lui assicura che patrocinare in Pride significherebbe «usare i soldi dei contribuenti per promuovere l'ideologia gender». Buffo, dato che nei Pride si manifesta contro la discriminazioni e per il pari diritti, ossia per l'attuazione dell'articolo 3 della Costituzione.
Si passa poi al capitolo degli insulti, con Adinolfi che inizia a dire che i pride sarebbero «sfilate carnevalesche come se fossimo al carnevale di Rio», ma più «irrispettosa» perché lui giura che tre singoli manifestanti accusati di "blasfemia" dal senatore Pillon lo legittimerebbero a dire che tutti i gay sarebbero blasfemi. Mica come lui che è così rispettoso nel suo organizzare blasfemi rosari anti-gay!
Inizia poi a dire che con i tremila euro stanziati si sarebbe potuto sanare ogni problema economico della regione. Ma è a domanda diretta che Adinolfi si è rifiutato di dire di quale cifra economica stesse parlando, forse temendo che la verità lo avrebbe reso ridicolo. A quel punto, ha preferito sostenere che con quei tremila euro si potrebbe garantire il benessere «a dieci famiglie umbre in difficoltà», ovviamente eterosessuali.

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