È un flop l'obbligo di spid per i siti porno. Solo tre siti si sono adeguati alle regole imposte dal governo Meloni

Mentre Giorgia Meloni continua ad autoincensarsi e racconta che il mondo intero la vorrebbe emulare, i fatti parrebbero smentirla. Infatti non pare sintomo di autorevolezza il fatto che praticamente nessuno di sia preoccupato delle sue leggi che dal 12 novembre avrebbero dovuto mettere al bando i siti porno in Italia secondo i più proibiti desideri dell'organizzazione forzanovista Provita Onlus (ossia la stessa che ha chiesto la censura dell'educazione sessuale nelle scuole).
Secondo una logica poco chiara, l'Agicom ha stilato una lista di 48 siti che si sarebbero dovuti adeguare alla normativa, senza chiarire se davvero pensano che al mondo non esitano altri siti porno. A loro sarebbe toccato l'onere di schedare tutti gli utenti, chiedendo passaporti, carte d'identità o registrando dati biometrici in enormi database zeppi di dati personali altamente sensibili.
Ad oggi, solo tre siti hanno effettivamente attivato un sistema di age verification. Un quarto ha invece messo al bando il nostro Paese spiegando che l’Italia "ha implementato uno dei più rigorosi sistemi di verifica dell’età nell’Unione Europea" e che "piuttosto che compromettere la privacy degli utenti, il sito ha preferito limitare l’accesso fino a quando non sarà pienamente conforme ai requisiti dell’Agcom".
Tutti gli altri sono rimasti accessibili, esattamente come lo erano in precedenza.
Uno dei principali motivi per cui la legge pare l'ennesima pasticcio all'italiana è il fatto che l'applicazione che avrebbe dovuto permettere la verifica dell'età non è ancora stata rilasciata. Anzi, pare che il suo sviluppo sia ancora in alto mare e che non si vedrà nulla sino al prossimo anno. Ma a quel punto la nuova app nascerà già obsoleta, dato che verrà presumibilmente sostituita dall'app a cui sta lavorando l'Unione Europea. Tanto paga Pantalone e quindi pagheremo uno sviluppo inutile che probabilmente non servirà a niente ma ingrasserà alcune società di sviluppo.
Andrà poi capito se i siti censurati potranno fare causa all'Italia, dato che una legge imposta a soli 48 siti su milioni di competitor parrebbe una evidente violazione delle norme sulla concorrenza. E così, non è da escludersi che Giorgia Meloni finirà col farci pagare il risarcimento di chi è stato chiamato ad adempiere ad obblighi particolari mentre i loro competitor sono stati agevolati nel mercato.