Fratelli d'Italia continua a usare il cristianesimo come clava identitaria


È diventato sempre più comune trascinare il linguaggio della fede nelle battaglie politiche, così da benedire il nazionalismo e tentare di giustificare la violenza.
Non si tratta di una riscoperta della spiritualità, ma di un’operazione di "marketing dell’identità" in cui i simboli millenari del cristianesimo vengono svuotati del loro messaggio universale per essere trasformati in confini, recinti e campi di deportazione contro "l'altro".



L'ultima operazione di Fratelli d'Italia, che appone il proprio logo sull'immagine di Joseph Ratzinger, è solo l'ultimo capitolo di una lunga strategia di appropriazione. In un clima di crescente propaganda anti-islamica, la figura di Benedetto XVI viene strumentalizzata e ridotta a un’icona del "difensore dell'Occidente", ignorando la complessità del suo pensiero teologico per trasformarlo nel testimonial di una crociata elettorale.

Su suggerimento di Steve Bannon, Matteo Salvini è stato il precursore di quella tendenza, portando il sacro direttamente sui palchi dei comizi. Lo abbiamo visto baciare il rosario tra un decreto sicurezza e l’altro, affidando l’Italia al Cuore Immacolato di Maria proprio mentre chiudeva i porti. Il caso emblematico risale al 2016, quando la Lega Nord lanciò la maglietta con lo slogan "Il mio Papa è Benedetto" per attaccare chi predicava i Vangeli a sostegno dei migranti.
Giorgia Meloni ha seguito una linea più ideologica ma altrettanto simbolica. Il suo "Io sono cristiana" non è un appello al Vangelo, ma un tassello del trinomio "Dio, Patria, Famiglia". La religione diventa un’estensione della nazione. Clamoroso fu l’episodio del presepe con i Marò nel 2015, che la cide inserire le statuette dei due fucilieri di marina nella scena della Natività. Meloni compì un’operazione di sovrapposizione radicale: il sacro non serviva più a celebrare la nascita di Cristo, ma a sacralizzare una battaglia geopolitica. Il presepe non era più il luogo dell'accoglienza universale, ma una trincea in cui difendere l'orgoglio patriottico.
Oggi, griffare l'immagine di Ratzinger con il simbolo di un partito significa compiere l'ultimo passo verso la privatizzazione del sacro. Il messaggio è chiaro: "Dio è dei nostri".

In questo scenario, la religione smette di essere un percorso di elevazione o di confronto e diventa una clava identitaria. Si usa la croce non per indicare una direzione, ma per marcare un territorio; si cita il Papa emerito non per studiarne le encicliche, ma per legittimare un discorso d'odio che non trova spazio nelle Scritture, ma abbonda nelle slide della propaganda.
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