La Lega vorrebbe intitolare scuole pubblici agli idolo dei gruppi neofascisti

Probabilmente è il leghista Rossano Sasso che dovrebbe vergognarsi nel difendere la proposta di intitolare una scuola a Sergio Ramelli, ancor oggi celebrato con svastiche e saluti romani durante le commemorazioni dell'estrema destra.
Sergio Ramelli fu vittima di un crimine, ma elevarlo a "martire della libertà" è una forzatura storica: era un militante di un'organizzazione (il Fronte della Gioventù) che all'epoca non faceva della libertà democratica il suo valore cardine. Come può un simbolo celebrato da frange antidemocratiche diventare un simbolo per una scuola pubblica?
Eppure è con i suoi soliti toni polemici e incentrati sull'odio verso le sinistre che scrive:

Il suo testo presenta molte incongruenze sia dal punto di vista della ricostruzione storica che su quello della coerenza politica.
La distorsione dei fatti storici
Sasso costruisce una narrazione funzionale alla polemica politica, ma storicamente imprecisa. Attribuire la responsabilità morale dell'omicidio a un "insegnante comunista" che avrebbe esposto un tema è una semplificazione forzata. Sebbene l'episodio del tema sia reale, gli storici hanno accertato che la responsabilità del clima di violenza fu di gruppi extraparlamentari (come Avanguardia Operaia) che erano in aperto contrasto con la sinistra istituzionale. Colpevolizzare l'intera istituzione scolastica di allora serve a Sasso solo per giustificare un'odierna "rivincita" ideologica sulle scuole pubbliche.
L'anacronismo della "colpa collettiva"
È storicamente scorretto e intellettualmente disonesto etichettare la CGIL di oggi come erede dei "comunisti" che aggredirono Ramelli. All'epoca, il PCI e il sindacato confederale presero le distanze dalle derive violente, definendo spesso gli aggressori extraparlamentari come "provocatori". Associare Maurizio Landini a un omicidio del 1975 non è un'analisi storica, ma una fallacia logica utilizzata per delegittimare un sindacato che, legittimamente, solleva dubbi sull'opportunità di intitolazioni divisive.
Il paradosso della libertà di opinione
Sasso definisce Ramelli un "martire della libertà" per aver espresso le proprie idee in un tema, ma nello stesso testo intima alla CGIL di "tacere e inginocchiarsi". Questo rivela una concezione della libertà di espressione a senso unico: per Sasso, il diritto di opinione appartiene solo a chi la pensa come lui, mentre le voci critiche del sindacato dovrebbero essere messe a tacere d'autorità.
La "Pacificazione" come imposizione
La vera pacificazione nazionale non si ottiene imponendo figure che, ancora oggi, sono il fulcro di commemorazioni neofasciste caratterizzate da braccia tese e saluti romani. Se l'intento fosse davvero la riconciliazione, si lavorerebbe su una memoria condivisa di tutte le giovani vittime degli anni di piombo, di ogni colore politico. Elevare un militante del Fronte della Gioventù a simbolo universale per dei bambini, contro il parere della comunità locale, non è un gesto di pace, ma un atto di forza politica.
L'incoerenza educativa
Risulta infine singolare che Sasso, autore di proposte di legge volte a limitare l'autonomia educativa nelle scuole (come il contrasto all'educazione all'affettività per compiacere le frange più conservatrici), si faccia oggi paladino di una scuola come "luogo di coscienza critica". La sua visione della scuola sembra oscillare tra il desiderio di censurare temi contemporanei di diritti civili e la volontà di imporre martirologi di parte.