Meloni e l'oro alla patria

Il Governo Meloni vorrebbe raccontarci che l’oro di Bankitalia non appartereebbe al popolo, il debito pubblico sì.
Allo stato attuale, la Banca d'Italia non può vendere il proprio oro per far quadrare i conti pubblici italiani e il governo non può prelevarlo per fare la stessa cosa. Con l'emendamento presentato dal senatore Lucio Malan (Fratelli d'Italia) alla manovra 2026, si stabilisce che le riserve auree della Banca d'Italia, del valore di circa 280 miliardi di euro, appartengono allo Stato italiano in nome del popolo, pur lasciando gestione e detenzione a Bankitalia nel rispetto dei Trattati UE e dell'indipendenza della BCE.
Al momento non cambia nulla, ma si inizia ad ipotizzare che lo stato possa intestarsi il possesso delle risorse auree.
Eppure Giorgia Meloni lo annuncia come un suo successo:

Il surreale emendamento alla legge di bilancio è solo una manipolazione linguistica, specchietto per qualche allodola nazionalista, che non altera la sostanza: l'oro rimane sotto il controllo indipendente della banca centrale.
I partiti della maggioranza vorrebbero spacciare la misura come un modo per "mettere in sicurezza gli italiani", volendo con ciò presentare le riserve auree di fatto come un asset a disposizione della politica nazionale e quindi come forma di garanzia effettiva rispetto al debito pubblico. Ma anche in questa illusoria e infondata rappresentazione populista, le riserve auree coprirebbero in teoria solo poco più del 9% del debito totale.
La realtà è che l'affidabilità del debito italiano (e quindi la "messa in sicurezza" dei cittadini) dipende dalle tasse, dalle riforme strutturali e dalla politica fiscale, non dall'oro.