A tre anni dalla morte, i giudici archiviano le denunce di Cloe Bianc


A anni dal suicidio di Cloe Bianco, i terminali hanno ucciso anche la battaglia legale avviata dall’ex docente contro il ministero dell’Istruzione e l’Ufficio scolastico regionale del Veneto nel 2018, nei quali denunciava comportamenti discriminatori e transfobici subiti in un istituto superiore di Mestre.
I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili per ragioni procedurali e non per l’assenza dei fatti, motivo per cui i suoi persecutori trarranno profitto dal suo suicidio.

La vicenda di Cloe Bianco, insegnante transgender veneta di elettronica, è diventata un simbolo delle discriminazioni subite dalle persone trans nella scuola italiana.Dopo aver deciso di vivere apertamente la propria identità di genere e di presentarsi a scuola come donna con il nome Cloe, si è trovata al centro di polemiche mediatiche e resistenze nell’ambiente scolastico.
L’amministrazione avviò un procedimento disciplinare, sfociato in sospensione e sanzione, motivato anche con il presunto “disagio” provocato a studenti e famiglie, e il tribunale confermò la legittimità di questa misura, scelta poi molto criticata da giuristi e associazioni. Isolata professionalmente e socialmente, costretta a vivere in un camper e a denunciare pubblicamente la propria condizione, nel giugno 2022 Cloe si tolse la vita dandosi fuoco.
La sua morte ha suscitato forti reazioni nel mondo sindacale, nelle associazioni Lgbt+ e in parte della politica, che hanno denunciato il clima di transfobia e la mancanza di tutele efficaci per le persone transgender nella scuola e nel lavoro, trasformando il suo nome in un riferimento costante nel dibattito su diritti, inclusione e responsabilità delle istituzioni.
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