La Corte rigetta la citazione dell'insegnante: dirsi "cristiani" non legittima la discriminazione

Dirsi "cristiani" non legittima alla discriminazione e non esenta dal rispetto della legge. Lo ha ribadito una sentenza federale emessa Maryland.
La decisione riguarda il caso di Kimberly Polk che, una volta assunta come supplente nel 2021, si era ribellata alle regole che impongo di rivolgersi alle persone trans con il genere corretto. Diceva di volerli rendere vittima del suo odio per presunte convinzioni bibliche. Aveva persino chiesto un'esenzione religiosa, ovviamente respinta, per poi lasciare l'insegnamento e citare in giudizio il distretto scolastico nel 2024.
L'integralista ha sostenuto una violazione del Primo Emendamento sulla libertà di parola e di culto. ma i giudici hanno osservato chele regole che impongono di chiamare gli studenti transgender con i loro pronomi preferiti non lede i diritti costituzionali di un'insegnante che sostiene di essere "cristiana" e quindi legittimata ad atti violenti e irrispettosi.
Il tribunale inferiore aveva già negato l'ingiunzione, definendola un dipendente che parla "a nome del distretto". La corte d'appello ha confermato la scelta, osservando che le "regole amministrative spettano al Consiglio scolastico, democraticamente eletto, non ai singoli insegnanti".
L'avvocato di Polk valuta il ricorso alla Corte Suprema, dove i giudici nominati da Trump potrebbero far prevalere una legittimazione alla discriminazione.