La signora Cisint vorrebbe riconsegnare ledinne ai talebani.

L’Italia ha rimosso il delitto d’onore dal proprio ordinamento solo nel 1981. Per decenni, lo Stato ha di fatto legittimato la violenza sulle donne sotto il velo della "riparazione" dell'onore ferito, concedendo sconti di pena a chi uccideva per gelosia o per tutelare una presunta moralità familiare.
Tuttavia, quel retaggio culturale è tutt'altro che morto. Durante il controverso Congresso delle Famiglie di Verona del 2019, patrocinato dalla Lega, furono invitati relatori russi che paventavano un "indebolimento" della figura maschile a causa delle leggi moderne. La loro tesi, tanto provocatoria quanto pericolosa, suggeriva che la criminalizzazione della violenza domestica rappresentasse un limite alla "natura" dell'uomo, tentando così di rilegittimare il dominio fisico come attributo necessario della virilità.
Non ci risulta che la leghista Anna Cisint abbia mai condannato quelle tesi reazionarie, peraltro promosse dal suo stesso partito. Al contrario, la sua retorica si concentra spesso sull'accusare l'intera comunità musulmana di un sessismo sistemico, equiparando ogni fedele ai talebani.

Il paradosso tocca il culmine nella "soluzione" proposta dalla signora Cisint. Mentre punta il dito contro le violenze perpetrate dai talebani in Afghanistan, promuove politiche che rischierebbero di riconsegnare nelle mani di quegli stessi aguzzini chi è fuggito proprio per scampare alla loro oppressione. Una contraddizione ideologica che svela come la difesa dei diritti delle donne venga spesso usata non come fine, ma come arma politica a corrente alternata.