Lo scudo penale e il "pizzo di Stato": la destra che difende l'indifendibile

La cronaca ci restituisce un quadro agghiacciante: un poliziotto che esigeva il pizzo dagli spacciatori in cambio di protezione e che ne avrebbe ucciso uno, probabilmente perché si era rifiutato di continuare a dargli duecento euro e cinque grammi di cocaina ogni giorno. Un omicidio seguito da una simulazione di legittima difesa, che sarebbe passata liscia se la destra fosse riuscita ad approvare lo scudo penale invocato a gran voce dalla Lega. Nonostante la gravità dei fatti, lascia basiti che una parte del loro elettorato, ormai abituata a ripetere a pappagallo gli slogan creati dalla macchina di propaganda populista, arrivi a schierarsi persino con agenti corrotti che delinquono apertamente.

In questo corto circuito etico, il "mandante" mediatico sembrerebbe essere Fabio Dragoni, che dalle pagine di Libero rispolvera il logoro spauracchio delle "toghe rosse" per scagliarsi contro chi contesta la loro visione di "giustizia" a fronte di un uomo accusato di omicidio che loro hanno difeso per settimane.

È paradossale: la destra ha tentato cinicamente di usare la narrazione del "povero poliziotto costretto a uccidere l'immigrato" per spingere l'opinione pubblica verso il consenso, salvo poi scontrarsi con una realtà dei fatti ben diversa. Se avessero ottenuto lo scudo penale che invocavano proprio in relazione a questo caso, la verità su queste estorsioni e su questo sangue non sarebbe mai emersa. Non è colpa del destino, ma di una politica che pur di alimentare la propaganda è disposta a sacrificare la legalità e la trasparenza.