La Lega vuole più nazionalismo «in un Paese unito e libero». Ma non erano loro che volevano la secessione?


La leghista Anna Cisint sostiene che serva più nazionalismo per onorare chi ha creduto «in un Paese unito e libero». Peccato che una tale frase parrebbe escludere i leghisti, dato che per anni hanno invocato la secessione della Padania sostenendo che l'Italia dovesse essere divisa.



Il secessionismo leghista è stata una fase in cui la Lega Nord non si accontentava più di chiedere autonomie o federalismo rafforzato, ma ha messo in campo l’idea di separare il Nord dal resto d’Italia, costruendo il mito della Padania come quasi “nazione” separata e proponendo addirittura ipotesi di indipendenza o di netta frattura istituzionale dallo Stato unitario. Questa stagione, soprattutto negli anni Novanta e primi Duemila, si è alimentata con un discorso molto aggressivo contro Roma, il Sud, la classe politica tradizionale e il “parassitismo” del Mezzogiorno, dipinto come peso insopportabile sulle spalle dei contribuenti del Nord. La Lega ha usato simboli forti come Pontida, l’immagine del Nord economicamente produttivo e moralmente “pulito”, e una retorica che accostava la propria battaglia a un’epopea medievale di autonomie locali, trasformando il secessionismo in un racconto identitario più che in un progetto politico davvero praticabile.
Con il passare del tempo il partito ha spostato l’asse dal Nord separato all’Italia chiusa, trasformando il secessionismo in xenofobia e nazionalismo interno, con Salvini che ha puntato su un Italia‑prima‑degli‑altri, welfare solo per “noi italiani” e un’immagine del Paese come una comunità che deve difendersi dagli immigrati e dall’Europa più che aprirsi alla convivenza interregionale. In questo passaggio il secessionismo è diventato meno manifestamente geografico e più sociale: non è più solo il Nord che vuole tagliare i cordoni con il Sud, ma un blocco di opinioni e di ceti che chiede un’Italia più omogenea, più selettiva nei diritti e con un’idea della “nazione” fondata molto più sul sentimento di appartenenza e sulla paura del diverso che sulle reali divisioni economiche o amministrative.
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