Lo stucchevole vittimismo di Cerno


La dinamica è ormai un classico del populismo mediatico: erigersi a martire della libertà di espressione quando conviene, per poi invocare la protezione del mondo intero non appena si viene colpiti.
Sono ormai giorni che Tommaso cerno reclama solidarietà unanime per un insulto omofobo che avrebbe ricevuto sui social. Un atto sicuramente deprecabile, se non fosse che il termine incriminato è lo stesso che il direttore usa abitualmente per autodefinirsi, quasi a voler compiacere quell'area editoriale (quella di Angelucci) che storicamente non brilla per sensibilità verso i diritti civili. È il paradosso del reclaiming a fini di marketing: un termine è un insulto se lo usa un "nemico", ma diventa un fregio se serve a strizzare l'occhio ai propri lettori.



Ancora più stridente è il contrasto tra la pretesa di decoro e l'aggressività usata verso gli avversari. Mentre invoca solidarietà per sé, Cerno non disdegna l'uso del fango mediatico contro figure come Alessandro Zan. Il gioco di parole "Zan Zan" ben mostra come lui si dica vittima di un linguaggio d'odio mentre, contemporaneamente, utilizza lo stesso tipo di aggressività verbale per delegittimare un avversario.



Azzardato è anche cercare di sostenere che eventuali insulti omofobi dovrebbero aver nessi con il loro referendum e non con quel linguaggio d'odio che contraddistingue la destra omofoba. E quindi cita a caso anche l'Iran, quasi come se scrivere parole a caso e schierarsi con Trump dovrebbe dargli ragione.
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