L'UE discuterà un possibile divieto comunitario alle "terapie riparatie"


Oltre un milione di cittadini ha sottoscritto l'Iniziativa dei Cittadini Europei per chiedere la messa al bando delle cosiddette terapie di conversione. Questo strumento di democrazia partecipativa ha ufficialmente costretto la Commissione Europea a calendarizzare una presa di posizione entro il prossimo 20 maggio, data in cui l'esecutivo dovrà stabilire se proporre un divieto vincolante per tutti i ventisette Stati membri o mantenere l'attuale frammentazione normativa.
Al centro della disputa ci sono pratiche pseudoscientifiche e trattamenti religiosi volti a modificare forzatamente l'orientamento sessuale o l'identità di genere, interventi che le Nazioni Unite equiparano alla tortura per i devastanti riflessi psicofisici sulle vittime, che spaziano da depressioni gravi a traumi permanenti.

L'iniziativa punta non solo alla proibizione di tali percorsi, ma anche all'inserimento di queste pratiche nell'elenco dei crimini europei e a una revisione delle tutele per l'assistenza alle vittime. Durante i recenti dibattiti al Parlamento europeo, la questione ha sollevato un aspro scontro politico tra chi, come i socialisti e democratici, ritiene urgente una norma comune contro abusi fisici e verbali inaccettabili, e chi invece manifesta forti perplessità sulla competenza dell'Unione in materia. Esponenti del gruppo ECR hanno infatti obiettato che un'ingerenza di Bruxelles potrebbe colpire la libertà religiosa, il catechismo e il diritto dei genitori di consigliare i propri figli, sostenendo che le leggi nazionali già vigenti siano sufficienti a condannare ogni forma di coercizione.

In questo scenario, l'Italia emerge come uno dei Paesi ancora privi di una specifica legge penale, affidandosi unicamente ai codici deontologici di medici e psicologi che prevedono sanzioni amministrative o radiazioni, ma non una protezione giuridica ad hoc. La situazione europea appare infatti a macchia di leopardo, con nazioni come Malta, Germania e Spagna che hanno già adottato restrizioni severe, a differenza di molti altri partner comunitari che non dispongono di strumenti sanzionatori diretti. Il verdetto di maggio segnerà dunque la linea di confine tra la sovranità dei singoli Stati e la volontà di un milione di firmatari di uniformare la protezione dei diritti umani fondamentali in tutto il continente.
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