Saviano batte Salvini: i giudici riconoscono il diritto alla critica

Roberto Saviano è stato assolto a Roma nel processo per diffamazione legato alla frase con cui aveva definito Matteo Salvini “ministro della malavita”, un’espressione che lo scrittore aveva ricondotto al linguaggio critico di Gaetano Salvemini e alla tradizione di denuncia morale del potere.
La sentenza, emessa da un giudice monocratico del tribunale capitolino, ha riconosciuto il valore di critica politica della formula, anche se durissima, e ha posto un punto sul confine tra ingiuria e uso retorico‑politico dei termini.
Nel 2018, quando Salvini era ministro dell’Interno nel primo governo Conte e guidava la politica sui porti chiusi e sui respingimenti, Saviano lo aveva attaccato in diversi post sui social parlando di “ministro della malavita”, richiamando il modo in cui Salvemini aveva etichettato il governo Giolitti come “ministri degli intrighi”. La frase è diventata simbolica di un giudizio sull’asse tra politica dura, immigrazione e collusioni con le mafie, tanto da trasformarsi in uno slogan ripreso in piazze e dibattiti.
Salvini, allora vicepremier, aveva querelato Saviano per diffamazione, sostenendo che definirlo “ministro della malavita” implicasse un’accusa non argomentata di legami con le cosche. Il giudice, però, ha deciso di assolvere lo scrittore, riconoscendo che l’espressione rientrava nel campo della critica politica e dell’uso retorico, non della diffamazione diretta, e ha chiuso così un procedimento durato otto anni.
Saviano ha esultato in pubblico, definendo la sentenza un riconoscimento del diritto di criticare i potenti, e ha ribadito che riuserebbe anche ora l’espressione “ministro della malavita”, considerandola legittimo richiamo a Salvemini.
Protesta Tommaso Cerno, che tanto si adopera per sdoganare i termini d'odio ma poi vorrebbe il carcere per chi critica il partito del suo padrone:

Mentre i suoi scrivono non troppo velate minacce ai giudici, Salvini ha parlato di “giudici ideologicamente schierati” in quella sua abitudine a insultare e diffamare chi non lo esonera dal diritto di critica.