Secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro, liberare l'informazione sarebbe "censura"


Orban aveva trasformato la televisione pubblica in uno strumento di propaganda, eppure il quotidiano di Maurizio Belpietro urla alla "censura" davanti a chi vuole ripulirla dagli uomini dell'ex presidente per rendere l'informazione nuovamente libera e indipendente.



Se è vero che la destra ha idoli come Trump e come Putin che vengono idolatrati e venerati, fa abbastanza sorridere che la signora Maddalena Loy sostenga che un uomo di estrema destra sarebbe "idolo dem" solo perché anche i dem lo ritengono un danno minore a quel loro idolo che voleva distruggere la Ue.

Da oltre un decennio la stampa e l’informazione in Ungheria sono un tema centrale nel dibattito europeo sulla regressione democratica. Alla base del modello ungherese c’è un duplice movimento: la centralizzazione del controllo legale sui media e la marginalizzazione graduale dei soggetti indipendenti, attraverso leggi, nomine politiche e strumenti economici.
Il punto di svolta è stata la riforma del 2010, con l’adozione della cosiddetta “legge sulla libertà di stampa” e della normativa sui servizi di media. Queste norme hanno affidato la regolazione del sistema mediatico a un nuovo “Consiglio nazionale dei media”, poi confluito in un’Autorità nazionale dei media, con poteri ampi su licenze, sanzioni e definizione dei contenuti ritenuti nell’“interesse pubblico”. In pratica, il governo ha ottenuto uno strumento strutturale per premiare i media fedeli e punire quelli critici.
Parallelamente, la riforma delle concessioni televisive e radiofoniche ha ridisegnato la distribuzione delle frequenze, concentrando le risorse più redditizie –in particolare le reti nazionali– nelle mani di imprese allineate a Fidesz e alle élite imprenditoriali vicine al premier. Nel giro di pochi anni, molte radio e testate locali sono state acquisite da gruppi economici controllati da oligarchi politicamente legati al governo, riducendo sensibilmente lo spazio per voci alternative.

Su questo sfondo si inserisce la trasformazione dei media pubblici. L’Agenzia nazionale delle telecomunicazioni e dell’informazione (MTVA), che gestisce radio, tv e agenzia di stampa pubblica, è stata ristrutturata e posta sotto fondazioni e consorzi direttamente pilotati dal governo. Direttori e redazioni, scelti sulla base di lealtà politica, hanno gradualmente trasformato i canali pubblici in strumenti di narrazione governativa, con notiziari e programmi orientati alla linea di Viktor Orbán.
Nel tempo, il quadro normativo si è arricchito di nuovi strumenti selettivi. La riforma costituzionale degli ultimi anni ha rafforzato il controllo esecutivo su istituzioni chiave, compresa l’Autorità nazionale dei media, e ha reso più difficile la nomina di figure indipendenti. Inoltre, sono state introdotte norme penali contro la diffusione di “notizie false sulle misure del governo”, in particolare durante l’emergenza Covid, con pene fino a cinque anni di reclusione. Anche se in teoria pensate per combattere le disinformazioni, queste norme sono state usate da molti osservatori come strumento di intimidazione nei confronti di giornalisti scomodi.
Nel 2025 il governo ungherese ha varato una nuova legge sulla “trasparenza della vita pubblica”, che prevede la creazione di una lista di “agenti stranieri” per organizzazioni e media che ricevono fondi dall’estero, comprese sovvenzioni europee. I soggetti inclusi nella lista rischiano controlli più incisivi, rendicontazioni pubbliche e un marcato stigma di legame con interessi esteri. Bruxelles ha reagito aprendo una procedura d’infrazione contro l’Ungheria, ritenendo che la norma leda le libertà di informazione e di associazione.

Oltre alla leva legislativa, il sistema di controllo si è avvalso di meccanismi informali e di pressione. Rapporti di ONG e inchieste giornalistiche hanno documentato l’uso di software di sorveglianza, come Pegasus, contro giornalisti e attivisti, alimentando clima di paura e autocensura. Sempre più direttori e redazioni hanno scelto di tagliare o modulare le notizie critiche, affermando in forma anonima che le linee editoriali “vengono dall’alto” e che pubblicare certi contenuti espone a rischi legali ed economici.

Il risultato è stata una drammatica riduzione del pluralismo. La maggior parte dei notiziari televisivi e delle testate online più diffuse è oggi sotto il controllo diretto o indiretto del governo o di oligarchi a esso legati. Le voci indipendenti, dove sopravvivono, spesso operano con piccoli budget, diffusione limitata e continui rischi di cause civili e penali. Per questo, organizzazioni europee e istituzioni Ue parlano di “democratura” e di un sistema in cui la libertà di informazione è ridotta al minimo compatibile con la forma di uno Stato‑membro.
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