Il successo di "Re.a.dy to watch"

Mentre il dibattito pubblico sui diritti civili sembra troppo spesso incastrato nelle polarizzazioni sterili dei social network o nei talk show urlati della prima serata, c’è un’Italia che risponde con la cultura, la capillarità e la luce soffusa delle sale cinematografiche. È il Paese che in queste settimane sta attraversando la rassegna "Re.a.dy to watch", un’iniziativa itinerante nata sotto l'egida della Rete RE.A.DY (la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti-Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) che sta dimostrando come il cinema queer sia, oggi più che mai, un fondamentale atto di resistenza culturale.
Il vero punto di forza di "Re.a.dy to watch" non sta tanto nel proporre pellicole di indiscusso valore artistico, quanto nella sua "geografia". Troppo facile parlare di inclusione, identità trans, transfemminismo o storiche battaglie della comunità LGBTQIA+ nei grandi centri metropolitani come Milano, Roma o Torino, dove i festival dedicati sono ormai istituzioni storiche e consolidate.
La vera scommessa vinta da questa rassegna è l'aver portato storie di inclusione, transizione, affettività e orgoglio in provincia, nei piccoli cineforum autogestiti, nei teatri comunali e nelle sale dei centri minori (come sta accadendo nel circuito della Toscana e in altre regioni aderenti). È lì, dove l'eco dei Pride estivi arriva a volte più attutito e dove i pregiudizi faticano maggiormente a essere scardinati, che un film proiettato su un grande schermo può fare la differenza. Diventa uno spazio sicuro, un luogo di aggregazione per chi spesso si sente isolato e un’occasione di confronto per cittadinanze intere.
La scelta dei tempi non è affatto casuale. La rassegna si inserisce nel solco delle celebrazioni e delle riflessioni nate attorno al 17 maggio, la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Una data che ricorda un anniversario storico fondamentale: il 17 maggio 1990, giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò finalmente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.
In un momento storico e politico in cui, in Italia e nel mondo, assistiamo a pericolosi rigurgiti retorici che vorrebbero nuovamente "psichiatrizzare" le identità trans, stringere le maglie sui percorsi di affermazione di genere o etichettare come "devianze" i legittimi orientamenti delle persone, il grande schermo compie un'operazione di umanizzazione straordinaria. Attraverso documentari, cortometraggi e lungometraggi, "Re.a.dy to watch" risponde alla violenza clinica dei pregiudizi mostrando corpi, voci, sguardi e quotidianità reali. Smonta i mostri artificiali creati dalla propaganda politica per rimettere al centro le persone.
La forza di "Re.a.dy to watch" sta anche nella sinergia istituzionale. La Rete RE.A.DY unisce regioni, province e comuni virtuosi che scelgono di non voltarsi dall'altra parte. Quando la politica locale si allea con l'attivismo e i presidi culturali del territorio, l'effetto è dirompente. Le sale piene di queste settimane dimostrano che c’è una domanda enorme di cultura transfemminista e queer, un bisogno diffuso di storie che vadano oltre gli stereotipi della macchietta comica o del dramma finalizzato esclusivamente al dolore.