La libertà genitoriale secondo Coghe

Il concetto di "primato educativo" sbandierato da Jacopo Coghe, portavoce di Provita Onlus, aoppare come una costruzione ideologica profondamente contraddittoria. Sostenere che i figli siano una sorta di proprietà privata a totale disposizione del genitore, al punto da giustificare l'assenza di istruzione, igiene o interazioni sociali, significa trasformare il ruolo genitoriale da guida responsabile in esercizio di un potere arbitrario. Eppure, questa pretesa di sovranità assoluta svanisce istantaneamente non appena le scelte dei genitori deviano dal dogma di Coghe. Il caso della disforia di genere è emblematico: quando una famiglia sceglie di supportare il percorso di cura di un figlio, il volere dei genitori diventa improvvisamente irrilevante per Coghe, che invoca l'intervento coercitivo dello Stato per imporre una visione contraria. È la stessa logica che si riscontra sul fronte opposto del fine vita, dove si vorrebbero imporre cure indesiderate per prolungare un'agonia, calpestando in entrambi i casi l'autodeterminazione in nome di una visione ideologica che accetta la libertà solo quando coincide con la propria.
Questa strategia comunicativa trova la sua massima espressione nell'uso strumentale dei social, dove il dibattito viene intenzionalmente trascinato fuori dalle aule degli esperti per essere dato in pasto a una platea di firmatari ignari dei fatti. Emblematico è il recente caso della cosiddetta "famiglia del bosco", su cui Coghe ha costruito uno spot volto a scavalcare qualsiasi valutazione tecnica in favore di una mobilitazione emotiva e populista. Lo stesso Coghe ha riassunto questa visione riduzionista in un recente messaggio social che chiarisce bene la sua impostazione:

Affermare in modo semplicistico che "quando i bambini hanno paura cercano mamma e papà" non è solo una frase fatta, ma una pericolosa rimozione della realtà. Questa retorica ignora deliberatamente l'esistenza di contesti di abuso e negligenza in cui proprio il genitore è l'origine del trauma, rendendo l'appello alla "famiglia tradizionale" un paravento per negare le responsabilità educative e sociali. Dietro la facciata del difensore dei diritti genitoriali si cela, in realtà, la pretesa di imporre un modello unico, assolvendo chiunque appartenga a una determinata categoria da ogni responsabilità concreta verso il benessere e la crescita dei figli.