Scandroglio attacca l'Agesci, invocando la sistematica discriminazione dei gay


L'omofobia di Tommaso Scandroglio non è una novità. In passato arrivò persino a sostenere che si dovessero negare i funerali ai gay. Oggi, invece, accusa gli Scout cattolici di non discriminare in nome di Dio:



L’articolo di Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana attacca il documento dell’AGESCI intitolato Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo con toni duri e argomentazioni che, pur richiamandosi al magistero cattolico, finiscono per riprodurre motivazioni e retoriche tipiche dell’omofobia istituzionalizzata. Scandroglio contesta l’idea che riconoscere la dignità di ogni persona includa anche il rispetto per l’identità di genere e l’orientamento affettivo, sostenendo che ciò implicherebbe una piena approvazione morale di condizioni che il Catechismo definisce «intrinsecamente disordinate». Ma la distinzione tra tutela della dignità e giudizio morale sugli atti non è un espediente retorico: è un differente registro interpretativo che permea la pastorale della Chiesa dagli ultimi decenni. Accogliere la persona, rispettarne la dignità e accompagnarla pastoralmente non equivale automaticamente a dissolvere il discernimento morale; fare di questa scelta pastorale un’“eresia” è una forzatura che non tiene conto della complessità interna alla tradizione cattolica contemporanea.

Nel richiamare pedissequamente brani del Catechismo e documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’articolo adotta un uso selettivo delle fonti che perde di vista il contesto e gli sviluppi interpretativi più recenti. È legittimo domandarsi quale sia il confine tra ciò che la dottrina identifica come atto moralmente disordinato e le modalità con cui una comunità cristiana accompagna le persone che vivono tali realtà. Ma trasformare questo interrogativo in una giustificazione della «discriminazione giusta» — come se esistessero ambiti neutri in cui poter escludere senza conseguenze — è problematico sia sul piano etico sia su quello giuridico. La storia recente della giurisprudenza europea e nazionale dimostra come argomentazioni che legittimano esclusioni generalizzate sulla base dell’orientamento sessuale siano state spesso ricondotte in contrasto con i principi di non discriminazione.

Un’altra cifra ricorrente nell’articolo è l’allarme per un presunto «effetto emulativo» degli educatori LGBT: la presenza di capi scout omosessuali o transessuali sarebbe un fattore in grado di indurre nei ragazzi l’accettazione o l’adozione di quelle stesse identità. Si tratta di un argomento che si regge più sulla paura che sui dati. Studi pedagogici indicano piuttosto che ciò che influisce sui percorsi formativi dei giovani sono i contenuti del progetto educativo, il contesto istituzionale e le pratiche di supervisione e formazione degli adulti, non l’orientamento o l’identità personale di un singolo educatore. Attribuire ai singoli animatori un potere di modellamento morale diretto e inevitabile conduce a stigmatizzazioni che non hanno basi empiriche solide e alimentano esclusione e isolamento di ragazzi e ragazze già vulnerabili.

Il tono e le scelte argomentative dell’articolo mostrano poi una strategia tipica dell’omofobia “soft”: ridurre la persona LGBT a una “condizione” da cui prendere le distanze, evocare il presunto danno ai minori senza dati puntuali e presentare l’apertura pastorale come un cedimento morale. Questa retorica produce danni concreti: contribuisce alla marginalizzazione sociale, alla discriminazione occupazionale e a una cultura del sospetto che penalizza la vita quotidiana di persone e famiglie. Non è un paradosso affermare che la pretesa tutela della fede, quando declinata in esclusioni preventive e generalizzanti, finisce per tradire il principio cristiano della carità e della cura del prossimo.

La questione è anche pratica e non solo teorica. L’AGESCI è un’associazione che opera con minorenni in un contesto sociale pluralista: non si tratta di annullare la propria identità confessionale, ma di coniugarla con il rispetto dei diritti fondamentali e con l’efficacia educativa. Escludere preventivamente persone sulla base dell’orientamento o dell’identità non tutela la fede dei ragazzi; molto più spesso aumenta stigma e danno psicologico nei giovani che già vivono in una società segnata da pregiudizi. Mettere sullo stesso piano accoglienza e approvazione morale, o peggio presentare l’accoglienza come una resa dottrinale, è una semplificazione che non aiuta né la Chiesa né le comunità educanti a gestire con responsabilità la complessità delle vite reali.

Il dibattito reale richiederebbe dunque uno sforzo di chiarezza: separare il piano del giudizio morale personale da quello della protezione dei diritti e dalla responsabilità educativa, riconoscere che l’accoglienza non è un atto di resa ma una pratica che può accompagnare alla responsabilità personale, e distinguere tra giuste cautele organizzative e esclusioni sistematiche. L’indignazione dottrinale legittima contrapposizioni, ma non può giustificare la costruzione di gerarchie di esclusione che la società e il diritto contemporanei rifiutano. Se il confronto deve esserci, che sia fondato su rigore intellettuale e attenzione ai fatti: la conservazione della dottrina non passa attraverso la stigmatizzazione di persone reali né attraverso l’uso instrumentalizzato del timore per i giovani.
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