17 maggio 1990: la "guarigione" di massa che la destra tenta ancora di negare

Ci sono date che non segnano solo il passaggio del tempo, ma tracciano un confine netto tra la barbarie medica e la civiltà. Per la comunità LGBTQIA+, quel confine è avvenuta il 17 maggio 1990. Quel giorno, a Ginevra, l’Assemblea generale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) prese una decisione tanto ovvia quanto rivoluzionaria: cancellare definitivamente l’omosessualità dall'elenco delle malattie mentali.
A trentasei anni da quella storica svolta, che ha dato i natali alla Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, è necessario fare un bilancio culturale. Perché se la scienza ha archiviato da tempo certi deliri clinici, la politica e la retorica reazionaria sembrano vivere in un eterno loop temporale, nel disperato tentativo di riportare le lancette della storia indietro di quattro decenni.
La "patologizzazione" come arma politica
Prima del 1990, l'omosessualità non era considerata una variante naturale del comportamento umano, ma una deviazione psichiatrica, catalogata rigidamente nel DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Questa etichetta clinica non era un semplice feticcio per medici: era la giustificazione scientifica usata dallo Stato e dai bigotti per legittimare discriminazioni, licenziamenti, terapie di conversione (vere e proprie torture elettroconvulsive) e l'esclusione sociale. Dire che una persona era "malata" significava poterla trattare come un cittadino di serie B privo di diritti.
La decisione dell'OMS non è arrivata per un improvviso sussulto di bontà dei burocrati di Ginevra, ma è stata il frutto di decenni di lotte feroci, di attivisti che hanno invaso i congressi degli psichiatri, che hanno messo i propri corpi davanti alle telecamere per gridare un concetto banale: la nostra identità non è una diagnosi.
Il ritorno della "psichiatrizzazione" nei talk show e sui social
Oggi, nel 2026, nessuno scienziato credibile si sognerebbe di definire l'omosessualità una patologia. Eppure, se apriamo i social network o ascoltiamo le dichiarazioni di certi leader politici e opinionisti della destra nostrana, l'impressione è che quel linguaggio clinico sia tutt'altro che morto. Si è semplicemente evoluto, cambiando bersaglio.
Assistiamo quotidianamente al tentativo di "psichiatrizzare" nuovamente le persone trans e non-binarie, descritte dalla propaganda conservatrice come vittime di "contagio sociale" o di scompensi mentali. Non solo: davanti a fatti di cronaca che vedono coinvolti individui instabili, la reazione immediata di certi personaggi pubblici (come pastori integralisti o giornalisti schierati) è quella di ribaltare la realtà, accusando chi difende i diritti civili di voler "coprire l'infermità mentale" dietro questioni ideologiche o religiose.
Il meccanismo retorico è lo stesso degli anni '80: usare la salute mentale come una clava per de-umanizzare l'avversario e giustificare l'intolleranza.
Memoria storica contro il negazionismo dei diritti
Festeggiare i 36 anni dalla svolta dell'OMS non può ridursi a un rito istituzionale con qualche bandiera rainbow sui palazzi comunali. Deve essere un esercizio di memoria attiva e di resistenza. Ricordare da dove veniamo serve a capire che nessun diritto è conquistato per sempre.
Quando la politica tenta di tagliare i fondi ai percorsi di affermazione di genere, quando si definiscono i corpi queer come "demoniaci" o "contronatura", o quando si normalizza l'insulto sui media cartacei e digitali, si sta tentando di rimettere in piedi lo stesso impianto culturale che l'OMS ha smantellato nel 1990.
La storia ci insegna che la scienza guarisce dai pregiudizi, ma la politica bigotta è dura a morire. E finché ci sarà chi tenta di trasformare l'amore e l'identità in una colpa o in una cartella clinica, il 17 maggio non sarà una ricorrenza del passato, ma una battaglia del presente.