Dalla generalizzazione alla demonizzazione, i post omofobi di Marco Dabizzi


Marco Dabizzi, autore di libri come "Dieta chetogenica e digiuno intermittente" e "Cucina chetogenica facile", parrebbe intenzionato ad usare i social per costruire una visione del mondo polarizzata, in cui l'identità sessuale viene politicizzata in modo semplicistico. In un tweet, l'autore arriva a suggerire una sorta di dicotomia ideologica, ponendo l'omosessualità come prerogativa della sinistra e l'omofobia come una sorta di "obbligo" per chi si colloca a destra.



Questa impostazione non è solo fallace dal punto di vista logico, ma pericolosa poiché riduce la complessità dell'identità umana a un'appartenenza politica, funzionale solo a fomentare uno scontro ideologico pretestuoso.

Stigmatizzazione e luoghi comuni
Le affermazioni di Dabizzi proseguono su un binario di profonda stigmatizzazione. L'autore arriva a sostenere che i gay andrebbero ritenuti "normali" solo se celano la propria natura e sposano donne che non amano, in un tentativo di omologazione sociale alla sua visione delle cose.



Tale prospettiva non solo nega dignità e autenticità alla vita delle persone omosessuali, ma promuove indirettamente l'infelicità come standard di "normalità".

Dalla generalizzazione alla demonizzazione
Il punto più critico e grave dell'intera sequenza di messaggi riguarda il tentativo di associare l'omosessualità alla pedofilia. Dabizzi tenta di avvalorare questa tesi basandosi unicamente sulla cronaca giudiziaria riguardante un singolo individuo.



Utilizzare un caso di cronaca — per quanto odioso — per stigmatizzare un'intera categoria di persone è una fallacia logica nota come "generalizzazione indebita". È una tecnica comunicativa volta alla delegittimazione dell'altro, trasformando l'eccezione criminale in una presunta caratteristica intrinseca del gruppo, un metodo classico della retorica d'odio.

Linguaggio violento e disinformazione
La violenza verbale si accompagna a una distorsione della realtà. In un altro post, Dabizzi fa uso di epiteti dispregiativi e offensivi verso un'associazione di medici, e arriva a definire Imane Khelif come "il travone marocchino. D'altronde la destra ha dedicato tantissime energie a istigare odio per una donna come Imane Khelif, spacciandola per un uomo che picchia le donne anche se non è manco transessuale come sostenevano Salvini e Trump:



Infine, troviamo l'uso strumentale di dati sanitari — come nel caso dei riferimenti alla profilassi per l'HIV, ripresi anche nei commenti in termini esoterici e cospirazionisti — completa un quadro comunicativo volto a patologizzare l'omosessualità e a alimentare un clima di ostilità.



Il caso dei messaggi pubblicati da Marco Dabizzi rappresenta un esempio lampante di come il linguaggio possa essere utilizzato per costruire "mostri" attraverso la disinformazione e il pregiudizio. Tali contenuti non contribuiscono al dibattito pubblico, ma ne avvelenano le basi, promuovendo una cultura dell'esclusione e della discriminazione che non trova giustificazione in una società civile.
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