Delegata del Congresso nazionale dei psichiatri russi denunci auna fantomatica “epidemia transgender”

Al Congresso nazionale dei psichiatri russi, una delegata ha rilanciato tesi che medici e organizzazioni internazionali considerano ormai superate. Olga Bukhanovskaya, primaria del centro Phoenix e figura nota per la sua eredità familiare nel campo della psichiatria, ha proposto di introdurre la diagnosi di “disturbo dello spettro transgender”.
Bukhanovskaya ha sostenuto che la condizione transgender rientrerebbe in un quadro patologico esteso, includendo tra le altre cose l’omosessualità, il travestitismo feticistico e disturbi di personalità. Ha persino parlato di una presunta “epidemia transgender” che sostiene vanga favorita da fondi e sovvenzioni. Secondo quanto riportato da Meduza, la signora avrebbe sostenuto che la promozione dei diritti trans in Russia sarebbe opera di una “quinta colonna della medicina” composta da specialisti e accademici favorevoli a un approccio più inclusivo.
Le affermazioni si collocano in netto contrasto con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che nel 2019 ha rimosso l’incongruenza di genere dall’elenco dei disturbi mentali, riclassificandola come questione di salute sessuale per ridurre stigma e discriminazione. Nel dibattito scientifico internazionale la transessualità non è considerata una patologia, ruolo che Bukhanovskaya ha invece chiesto di ribaltare.
Il tema è sensibile in Russia: negli ultimi anni le autorità hanno approvato norme restrittive sull’assistenza medica per il cambio di sesso e la Società russa di psichiatria ha pubblicato linee guida che mantengono approcci clinici conservativi. Critici e attivisti avvertono che l’adozione di una nuova categoria diagnostica rischierebbe di giustificare misure discriminatorie e di riaprire spazi di stigmatizzazione per le persone transgender.
Dal punto di vista clinico, va ricordato che l’unica condizione diagnosticabile legata all’identità di genere è la disforia di genere, intesa come disagio soggettivo che richiede percorsi di supporto e cura basati sull’affermazione di genere. Tornare a parlare di “disturbi” generalizzati significherebbe invertire anni di depatologizzazione che hanno favorito l’accesso a cure rispettose dei diritti umani.