​Fauna sotto attacco: il provvedimento della destra che trasforma la natura in un poligono


Il Senato ha approvato in prima lettura il DDL 1552, a firma del senatore Lucio Malan. Il provvedimento rappresenta una profonda involuzione culturale e una minaccia diretta alla biodiversità italiana. Sotto la copertura di una presunta modernizzazione, il testo mira a trasformare radicalmente il rapporto tra l’uomo e la fauna selvatica, spostando il baricentro dalla protezione verso una logica di pura gestione funzionale al prelievo venatorio.
Il cambio di paradigma emerge già dalla nuova denominazione della legge, dove il termine "gestione" affianca e precede la protezione. Si tratta di un paradosso inaccettabile: in un’epoca caratterizzata dalla crisi climatica e dalla perdita di specie, lo Stato sceglie di indebolire le barriere di tutela per favorire gli interessi delle lobby venatorie, arrivando persino a definire la caccia come uno strumento di tutela della biodiversità. Questa cornice narrativa è un’offesa alla scienza e alla sensibilità di milioni di cittadini, poiché propone l'attività venatoria non più come un prelievo regolamentato, ma come un presidio ambientale, giustificando così la sua espansione.
Le minacce concrete agli animali contenute nel testo sono allarmanti. Innanzitutto, viene minato il ruolo dell’ISPRA, che da baluardo tecnico imprescindibile rischia di trasformarsi in un ente consultivo il cui parere può essere ignorato dalle Regioni. Consentire alle amministrazioni locali di discostarsi dalle indicazioni scientifiche apre la strada a decisioni dettate da convenienze politiche anziché da reali necessità ecologiche. A questo si aggiunge la deriva tecnologica consentita nella caccia di selezione, dove l’uso di visori notturni e dispositivi optoelettronici elimina ogni residua possibilità di difesa per gli ungulati, trasformando il bosco in un poligono di tiro caratterizzato da un’asimmetria inaccettabile.
L'impianto del DDL perpetua inoltre pratiche crudeli come l’impiego dei richiami vivi, che vedono migliaia di uccelli costretti a una vita di prigionia per fungere da esche. Nonostante la forte opposizione del mondo scientifico e ambientalista, la normativa continua a permettere forme di cattura e detenzione che rappresentano una ferita etica profonda. Parallelamente, la riscrittura delle regole sui valichi montani mette a rischio corridoi migratori essenziali, annullando protezioni conquistate in decenni di battaglie civili per la salvaguardia dell'avifauna.
La retorica utilizzata dai sostenitori del DDL, che invoca la necessità di risolvere i conflitti con l'agricoltura o di gestire emergenze sanitarie per giustificare la liberalizzazione del fucile, appare come un tentativo di sviare l’opinione pubblica. La complessità degli ecosistemi non si governa aumentando la pressione venatoria, ma attraverso una gestione scientifica e rispettosa degli animali. Mentre la nostra Costituzione ha sancito la tutela dell'ambiente e degli animali come valore primario, questo provvedimento agisce in direzione contraria, trattando la fauna selvatica come una semplice risorsa da sfruttare a colpi di arma da fuoco.
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