Gli hater che scimmiottano Vannacci

«Se vanno a scuola hanno gli insegnanti, se vanno in ospedale li curano, se sono per strada possono tranquillamente guidare». È l'assurda frase pronunciata da Vannacci in televisione.
Spacciare i diritti umani e costituzionali basilari (validi per chiunque sul territorio nazionale, a prescindere da tutto ) per una "prova" dell'assenza di discriminazioni verso le persone LGBTQIA+ è una precisa strategia. Serve a far passare l'idea che l'uguaglianza formale coincida con quella sostanziale e che chiedere tutele reali equivalga a pretendere "privilegi".
Ma il vero pericolo di questa retorica non si esaurisce nello studio televisivo. Quelle parole diventano immediatamente uno spartito digitale, un copione che gli utenti social replicano a memoria per legittimare il proprio scetticismo

In vista del Gay Pride di Varese, la signora chiara cita a pappagallo vannacci asserendo che lei non riuscirebbe a capire «quali diritti civili vengono oggi negati in Italia alle persone non etero? Perché devono essere trattate come categoria protetta, quando di fatto mi pare che la legge li tuteli ampiamente?».
È una conseguenza delle assurde affermazioni di Vannacci: se potete andare a scuola e in ospedale, perché scendete in piazza? È una domanda posta non per capire, ma per tracciare un confine, per derubricare le rivendicazioni di una minoranza a inutili capricci esibizionistici.
Ed ovviamente non si parla id gay, ma di "non etero" secondo la logica russa per cui bisognerebbe impedire l'uso della parola "omosessuale" per negare la loro esistenza, esattamente come fece Mussolini quando mandò i gay al confino per negare che ci fossero gay italiani.
Caduta la maschera dei finto toni civili della prima autrice, si passa istantaneamente alla violenza verbale pura e al falso storico. Il commentatore asserisce prima che negli anni '70 e '80 non vi fosse alcuna emarginazione per le persone non etero — ignorando la realtà di un'epoca in cui l'omosessualità era ancora ufficialmente classificata come patologia — e arriva alla sua conclusione: i Pride avrebbero solo dimostrato alla gente che non si tratta di gusti, ma di «malattie mentali».
Questo scambio ci mostra la pericolosa efficacia della catena di montaggio del fango digitale. Si comincia in TV, riducendo i diritti civili alla concessione di "poter guidare per strada" o "essere curati in ospedale". Si passa sui social con utenti che usano quella stessa premessa per delegittimare un Pride o una richiesta di tutela. Si finisce nei commenti con l'insulto omofobo esplicito e la patologizzazione medica, chiarando con evidenza quali dritti vengano negati a cittadini che vengono insultati e diffamati con violenza solo perché esistono.