Il matrimonio di Basso e Bazzo

Il recente matrimonio tra Alessandro Basso (Fratelli d'Italia), sindaco di Pordenone, e Loris Bazzo (Lega), sindaco di Carlino, non è solo una notizia di cronaca rosa politica; è un documento sociologico che fotografa lo stato di salute e la profonda incoerenza di una parte importante della destra italiana.
La dichiarazione rilasciata dagli sposi durante la cerimonia, ossia che loro sarebbero"la dimostrazione di quanto il tema dei diritti sia sentito e di come la destra sia avanti un passo", è il fulcro del paradosso. Affermare di essere "avanti" mentre si appartiene a partiti che, nei propri programmi nazionali e regionali, ostacolano attivamente il riconoscimento del matrimonio egualitario e delle tutele per le famiglie arcobaleno, è un’operazione di equilibrismo che rasenta il cinismo.
Il fatto che esponenti di primo piano di Fratelli d'Italia e della Lega abbiano celebrato un'unione civile osteggiata proprio dai loro partoti, mette a nudo una realtà inconfutabile: per la classe dirigente, il diritto è accessibile, per il resto della cittadinanza, resta un terreno di battaglia ideologica.
Ciò che rende la vicenda particolarmente amara non è la felicità dei due sindaci, che resta un fatto privato e umano, ma la narrazione che ne accompagna l'evento. La presenza ai festeggiamenti di alte cariche dello Stato (come esponenti di governo ed europarlamentari) suggerisce che, per le élite, le barriere ideologiche siano flessibili. Si festeggia l'unione di due colleghi, mentre si continua a sostenere una retorica che considera quelle stesse unioni una "minaccia ai valori tradizionali" quando a chiederle sono i cittadini comuni.
Inoltre, definire questo matrimonio come un esempio di "normalità e semplicità" stride violentemente con le politiche promosse dai partiti degli sposi, che spesso inquadrano le unioni civili come una concessione residuale o una deviazione dal modello ideale di famiglia.
Gli elettori di Fratelli d'Italia e della Lega, che da anni ascoltano narrazioni allarmistiche contro il cosiddetto "gender" o le istanze LGBTQ+, si trovano di fronte a una scena che smentisce anni di propaganda. Il rischio è che questa "normalizzazione" dei due sindaci venga usata come scudo: Non siamo omofobi, abbiamo amici/colleghi gay, per poi continuare a negare diritti fondamentali su scala nazionale.
L'opulenza dell'evento, con 550 invitati, fuochi d'artificio e una torta che celebra i municipi di appartenenza, trasforma una conquista di civiltà in una coreografia di potere. Se davvero la destra fosse "avanti un passo", quel passo si tradurrebbe in atti legislativi che garantiscano il matrimonio egualitario a ogni coppia, a prescindere dal censo o dal ruolo politico ricoperto.
Invece, ci troviamo di fronte a un'operazione di immagine dove il privato viene esibito come un trionfo personale, mentre la linea politica di partito rimane arroccata su posizioni che, se applicate rigorosamente a tutti, avrebbero reso quell'unione impossibile o fortemente osteggiata.
La palla è stata colta al balzo dall'ex leghista Rossano Sasso, che subito assicura che il suo Vannacci non avrebbe mai accettato che due gay potessero ottenere i loro stessi diritti:

La reazione di Rossano Sasso è il perfetto esempio del gioco delle parti a cui assistiamo: da un lato l'establishment di governo che normalizza il privilegio di chi può permettersi diritti negati ai più; dall'altro, l'ala più estremista che usa l'episodio come clava per radicalizzare ulteriormente il dibattito. Il paradosso di Sasso è evidente: si scaglia contro l'ipocrisia dei sindaci ma, anziché chiedere pari dignità per tutti i cittadini, invoca un ritorno a una chiusura ideologica ancora più netta. In questo teatrino, l'unico elemento che scompare è il tema centrale: il riconoscimento dei diritti come universali e non come concessioni riservate a pochi eletti.