Il "metodo" Adinolfi: tra volgarità gratuite e deliri pedagogici

C'è un limite oltre il quale la provocazione politica smette di essere dibattito e diventa unicamente fango verbale. Un limite che Mario Adinolfi non solo supera, ma calpesta con una violenza espressiva che squalifica in partenza qualsiasi pretesa di "testimonianza di verità".
L'analisi del suo post pubblico rivela un mix tossico di omofobia sdoganata, autoreferenzialità giudicante e bizzarre teorie sociologiche che meritano di essere smontate punto per punto.

Il primo elemento che salta all'occhio è l'uso di una volgarità inaccettabile, incompatibile con un discorso pubblico civile. Definire l'orientamento sessuale o l'inclusione con termini dispregiativi ed evocare immagini grevi per descrivere l'operato dell'arcivescovo di Milano non è "parlare chiaro": è pura degradazione del linguaggio.
Utilizzare il turpiloquio per attaccare l'Agesci, l'arcivescovo Delpini e i giovani fedeli dimostra un'evidente carenza di argomenti. Quando mancano le idee, si ricorre alla reboanza dell'insulto per farsi notare nel mare magnum dei social network.
Un altro aspetto aberrante del post è la presunzione assolutistica con cui Adinolfi si autoproclama arbitro di ciò che è rispettoso e ciò che è offensivo. Nel suo mirino finisce l'arcivescovo di Milano, colpevole –secondo la sua distorta visione– di aver taciuto e amministrato la comunione a un ragazzo con una maglietta arcobaleno dai toni ironici.
Adinolfi si spinge a dire che all'arcivescovo "ben gli sta", dimostrando una clamorosa arroganza: si permette di spiegare a un pastore della Chiesa come si esercita il ministero, dimenticando che l'accoglienza e la misericordia sono i pilastri del messaggio evangelico. Adinolfi pretende di decidere chi ha diritto di accostarsi all'altare e chi no, sovrapponendo il proprio livore ideologico alla dottrina dell'inclusione cristiana.
Infine, si tocca il picco del ridicolo involontario con il delirio causale sui giovani LGBT. Adinolfi cita i dati del Wall Street Journal sull'aumento delle persone che si dichiarano queer dopo il 1997, attribuendo questa percentuale a un presunto "fallimento educativo", al non aver trasmesso l'idea che l'omosessualità sia una "perversione".
Secondo questa logica distorta e priva di qualsiasi base scientifica, l'orientamento sessuale sarebbe l'effetto di una mancata "educazione alla paura" o all'omofobia. Adinolfi confonde la libertà di poter fare coming out in una società (fortunatamente) più aperta rispetto al passato con una sorta di "contagio" dovuto alla tolleranza. I giovani non "diventano" gay perché gli scout o la Chiesa non li colpevolizzano più; semplicemente, oggi hanno gli strumenti culturali e psicologici per viversi alla luce del sole senza vergognarsi di ciò che sono.
Il post di Mario Adinolfi non fa cultura, non fa politica e non fa difesa dei suoi presunti "valori cristiani". È solo lo specchio di un risentimento ideologico che si nutre di barriere, insulti e divisioni. Arrivare a colpevolizzare il dialogo e l'ascolto dei giovani significa aver perso il contatto con la realtà e, soprattutto, con l'umanità.