Il "paradosso della tolleranza" come scudo: analisi del pezzo di Marco Baldassari conte il Pride


Nel suo recente articolo intitolato "La cultura woke ci seppellirà", pubblicato da Nicola Porro, Marco Baldassari interviene nel dibattito pubblico sul Pride, utilizzando la manifestazione come pretesto per una critica più ampia — e decisamente polarizzante — contro quella che definisce "cultura woke". Il testo si inserisce in un filone comunicativo ormai consolidato negli ambienti populisti e conservatori, che mira a ribaltare il concetto di tolleranza per legittimare posizioni di aperta contrarietà verso i diritti LGBTQ+.



Tra "volgarità" e presunta intolleranza
L'autore esordisce con un giudizio di valore netto: «Non mi piacciono i gay pride: li trovo eccessivi, volgari ed ingiuriosi verso chi legittimamente non ne condivide il portato ideologico».
È interessante notare come il termine "legittimamente" venga utilizzato qui come un'ancora di salvataggio retorica. Definire "ideologico" il portato del Pride — ovvero la richiesta di diritti civili, parità e visibilità — serve a Baldassari per equiparare l'espressione di un'identità a una dottrina politica da cui sarebbe lecito, quasi doveroso, dissentire. Attraverso questa operazione semantica, il dissenso verso le persone e la loro esistenza pubblica viene nobilitato a "libertà di opinione".

Il vittimismo speculare
Il cuore dell'argomentazione risiede nella domanda retorica che Baldassari pone: «mi chiedo se sarebbe tollerata da questa tribù e dai suoi sostenitori un’analoga manifestazione di eterosessuali in cui venisse rappresentato il rapporto uomo donna secondo il paradigma di una famiglia tradizionale».
Questa strategia è un classico esempio di falsa equivalenza. Si ignora deliberatamente il contesto storico e politico: i Pride nascono come rivendicazioni di diritti negati e risposte a discriminazioni sistemiche. Paragonare una manifestazione per l'affermazione di diritti fondamentali (perseguitati o marginalizzati per decenni) a una "manifestazione di eterosessuali" per la famiglia tradizionale — che non ha mai subito persecuzioni di Stato — significa svuotare il dibattito della sua realtà materiale, trasformandolo in una pura guerra culturale di posizionamento.

L'ideologia come etichetta di comodo
Baldassari conclude con una tesi tipica del populismo contemporaneo: «La verità è che la presunta cultura woke è per sua natura intollerante e illiberale e va combattuta».
L'uso del termine "woke" è ormai diventato un passe-partout retorico: serve a etichettare qualsiasi istanza di progresso sociale come una forma di imposizione "illiberale". In questo modo, il rifiuto di accettare la diversità non viene più descritto come una posizione conservatrice o omofoba, ma viene presentato come un atto di resistenza democratica.
L'articolo in questione è emblematico di una certa linea editoriale che utilizza la libertà di espressione non per promuovere un confronto pluralista, ma per costruire un recinto difensivo. Definire "ideologia" ciò che chiede inclusione è il metodo più efficace per delegittimare l'altro, rendendo di fatto impossibile un dialogo che non parta dal presupposto che l'esistenza stessa dei diritti civili sia, di per sé, un'aggressione alla libertà altrui.
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