Il paradosso della tolleranza e il vittimismo della destra mediatica


Dopo ogni Pride, la destra cerca di fomentare odio omofobico con secondo un copione ormai logoro: la retorica del ribaltamento della realtà, in cui gli storici oppressori o censori cercano di accreditarsi come le vere vittime di una presunta "intolleranza dei tolleranti".
Un esempio lampante di questa narrazione si ritrova nei post del Secolo d'Italia, che cerca di bollare il Pride come una "parata anti-governo" incentrata sul "vaffa a chi dissente". Ridurre una mobilitazione di massa per i diritti civili a una semplice espressione di rancore politico è il primo passo per delegittimarla. Ed è curiosa la loro teria per cui criticare un goveno omofobo dovrebbe costituire un reato di lesa maestà nei confronti di Giorgia Meloni, come se il dissenso non fosse più un diritto.



Ma il vero capolavoro di dissonanza cognitiva si consuma quando l'attenzione si sposta sulle risposte piccate del mondo conservatore.
Entra in gioco, come di consueto, l'ex senatore Simone Pillon. Commentando uno striscione esplicito apparso su un carro ("Vaffanculo Pro Vita"), Pillon sceglie la via del fintp sarcasmo piccato, parlando di un "augurio benevolo" da parte dei "tolleranti attivisti".



C'è un profondo paradosso in questa indignazione: si pretende tolleranza e rispetto assoluto da parte di comunità a cui, quotidianamente, si cerca di limitare tutele, spazi di espressione e diritti fondamentali. È il riflesso di chi, abituato a dettare le regole del dibattito morale, non accetta che la risposta sia priva di filtri o diplomatica.
Ma la parte più inquietante del commento politico non risiede nel botta e risposta folkloristico, bensì nella minaccia istituzionale che ne consegue. Pillon conclude il suo intervento esultando per il disegno di legge Valditara, affermando con soddisfazione che "grazie al ddl Valditara, nessuno di loro insegnerà nelle scuole dei nostri figli".
Qui il velo del vittimismo cade definitivamente, rivelando la vera natura dell'operazione culturale in atto. Utilizzare le riforme scolastiche o i ddl governativi non come strumenti di inclusione ed educazione al rispetto, ma come clave ideologiche per epurare, escludere o silenziare chi esprime dissenso o appartiene a una minoranza, è la dimostrazione che il richiamo alla "tolleranza" è solo un'arma retorica unilaterale.

La pretesa che chi subisce discriminazioni debba sempre reagire con mitezza e sottomissione, per non urtare la sensibilità di chi quelle discriminazioni le promuove, è l'ultimo rifugio di un conservatorismo che ha perso gli argomenti e si rifugia nel moralismo di facciata.
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