Il paradosso di Cerno: godere dei diritti civili e sputare su chi li ha conquistati

Esiste una precisa strategia comunicativa che consiste nell'appropriarsi dei termini dispregiativi per disinnescare le rivendicazioni collettive. Quando Tommaso Cerno sceglie deliberatamente di usare parola "fr*cio" per autodefinirsi come omosessuale di destra, non sta compiendo un atto di fiera riappropriazione linguistica in stile radicale. Al contrario, sta offrendo una sponda retorica a quell'elettorato conservatore che non vede l'ora di sentirsi dire: "Visto? Se lo dice lui, allora possiamo dirlo anche noi". È l'assimilazione perfetta della narrazione della destra conservatrice, una forma di sottomissione culturale mascherata da anticonformismo.
Questa postura serve a normalizzare l'ostilità sistemica contro le persone LGBTQIA+. Nel momento in cui un esponente pubblico omosessuale si fa paladino di figure che avversano apertamente il matrimonio egualitario o le tutele per le famiglie arcobaleno, si consuma un paradosso politico. Si legittima l'idea che l'uguaglianza dei diritti non sia una necessità fondamentale, ma un "privilegio" ideologico preteso da una sinistra presunta intollerante. Chi accetta questo gioco finisce per fare da scudo umano alle posizioni di personaggi anti-gender e movimenti conservatori, con il solo risultato di retrocedere la dignità delle persone a pura merce di scambio politico.
Cerno ce la sta mettendo tutta per alimentare odio e omofobia:

L'articolo di cronaca sul Pride di Roma pubblicato da Il Giornale si inserisce perfettamente in questo solco, applicando una tecnica di focalizzazione selettiva. L'obiettivo evidente non è raccontare la complessità o le istanze di una piazza che chiede pari dignità, ma isolare i singoli elementi di frizione per costruire una cornice di intolleranza e incoerenza.
Il loro articolo sposta immediatamente l'attenzione dai diritti civili nazionali al conflitto mediorientale. Evidenziando i carri con le immagini di leader internazionali capovolte e gli striscioni anti-sionisti, il testo punta a descrivere il Pride non come una marcia per i diritti umani, ma come un raduno ideologico estremista, che osa contestare il massacro di musulmani da parte del duo Netanyahu. Si crea così un corto circuito informativo in cui le rivendicazioni originarie della manifestazione vengono completamente oscurate.
Non manca il finto vittimismo. Il caso dell'allontanamento di Mario Adinolfi viene utilizzato come prova regina di una "falsa tolleranza". La narrazione omette la natura puramente provocatoria della presenza del leader del Popolo della Famiglia, una figura che ha costruito la propria carriera politica sull'opposizione radicale ai diritti civili. Spostando il focus sulla reazione degli attivisti anziché sulle provocazioni continuative di Adinolfi, il giornale riesce a ribaltare i ruoli, trasformando l'oppositore in vittima e la comunità discriminata in carnefice.
Lo spazio concesso alle dichiarazioni di Francesca Pascale serve a confermare la tesi di un Pride "a trazione di sinistra" che esclude chi non si allinea. Questa retorica è funzionale a depotenziare il valore universale dei diritti civili, riducendoli a una banale rissa tra partiti. Se il diritto diventa una bandiera identitaria di una sola parte politica, per la destra diventa legittimo combatterlo.
Il risultato finale di questa operazione mediatica è la totale distorsione della realtà. Una manifestazione che raccoglie istanze di inclusione viene ridotta a un "carnevale dell'odio" e della contraddizione geopolitica. È la dimostrazione di come la stampa conservatrice, supportata dalle provocazioni di chi si presta a fare da sponda interna alla comunità, lavori costantemente per svuotare di significato politico la lotta per l'uguaglianza, lasciando sul campo solo polemiche e frammentazione.
C'è poi un'ipocrisia di fondo, quasi un debito di gratitudine insoluto, che rende questa postura non solo provocatoria, ma politicamente insostenibile. Se Tommaso Cerno ha avuto la possibilità legale di potetsi unirsi civilmente al proprio compagno, non lo deve certo alle barricate ideologiche di Jacopo Coghe o alle crociate medievali di Mario Adinolfi, che quelle tutele hanno cercato (e cercano tuttora) di smantellare in ogni modo. Questo status civile è il frutto del sangue, dei sacrifici e dei decenni di lotte di quegli stessi attivisti e di quella piazza che oggi vengono liquidati con sufficienza o etichettati con disprezzo. Attingere a piene mani ai diritti faticosamente conquistati dagli altri, usandoli come scudo personale, per poi insultare e sputare sul piatto di chi ha garantito quella stessa dignità e protezione legale, è il punto di non ritorno di un'operazione speculativa inaccettabile. Chi sposa la narrazione dei propri oppositori per compiacere l'omofobia altrui svende la memoria collettiva in cambio di un briciolo di visibilità e di una poltrona nel salotto buono del conservatorismo.