Il quotidiano di Belpietro e la strumentalizzazione politica del dramma di un bambino


Il giornalismo dovrebbe avere il dovere imprescindibile di raccontare la realtà, anche nei suoi risvolti più cupi e drammatici. Tuttavia, esiste un confine netto tra il dovere di cronaca e la strumentalizzazione di una tragedia per fini ideologici. L'articolo pubblicato dal quotidiano di Maurizio Belpietro, a firma della solita Patrizia Floder Reitter, offre un chiaro esempio di come un efferato crimine possa essere cavalcato per alimentare il pregiudizio e l'omofobia.



Il primo e più evidente elemento di distorsione si trova nel titolo cubitale che recita: «Coppia gay adotta, sevizia e uccide un bimbo». In qualunque codice deontologico giornalistico, l'orientamento sessuale, l'etnia o la religione di un criminale dovrebbero essere menzionati solo se strettamente pertinenti al movente del reato. Nel caso di un figlicidio o di abusi su minori, la violenza è legata alla devianza criminale e alla crudeltà dei singoli individui (in questo caso i condannati Jamie Varley e John McGowan-Fazakerley), non alla loro identità affettiva o sessuale. Scegliere di inserire "Coppia gay" come perno centrale e soggetto principale dell'azione criminale nel titolo ha l'obiettivo preciso di creare un legame di causa-effetto nella mente del lettore. Il messaggio di fondo è che l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso porti intrinsecamente a esiti catastrofici, generalizzando la mostruosità di due singoli assassini a un'intera categoria di persone.

L'articolo è inserito in una rubrica chiamata "RADICAL TILT", un posizionamento editoriale che dichiara fin da subito l'intento polemico e politico del pezzo. L'autrice utilizza la tragica storia del piccolo Preston per scagliarsi contro il sistema delle adozioni e, implicitamente, contro i diritti civili delle persone LGBTQIA+. Viene dato enorme risalto alla dichiarazione della nonna della vittima, secondo cui i servizi sociali avrebbero esitato ad agire per la paura di essere accusati di pregiudizi nei confronti di persone omosessuali. Sebbene il fallimento dei servizi sociali sia un dato di cronaca rilevante che merita un'indagine approfondita, l'enfasi posta su questo dettaglio serve a costruire una narrazione ben precisa. Si vuole dimostrare che la presunta dittatura del politicamente corretto o l'attivismo per i diritti civili diventino scudi dietro cui si nascondono i criminali, arrivando a paralizzare le istituzioni e a impedire la tutela dei minori.
Questo approccio non fa informazione, ma fa propaganda sfruttando l'emotività e l'orrore che una notizia del genere giustamente suscita nell'opinione pubblica. Le conseguenze di questa scelta editoriale sono molteplici e gravi. Da un lato si alimenta lo stigma sociale nei confronti delle famiglie omogenitoriali, dipingendole nell'immaginario collettivo come contesti potenzialmente instabili o pericolosi. Dall'altro, si sposta intenzionalmente il focus del dibattito: invece di concentrarsi sulle falle oggettive del sistema di monitoraggio post-affido o sulla psicologia criminale degli abusatori, l'attenzione viene dirottata sull'orientamento sessuale dei colpevoli. Inserire elementi identitari in contesti così drammatici non fa che esacerbare la polarizzazione e il risentimento sociale, offrendo argomenti d'effetto a chi promuove l'omofobia strutturale.
La tragica morte del piccolo Preston è un orrore che lascia senza parole e che ha portato alla giusta condanna all'ergastolo dei colpevoli. Rispettare questa tragedia e la memoria della vittima significherebbe analizzare i fatti con rigore, chiedendosi come il sistema di protezione minorile abbia potuto fallire in modo così catastrofico. Utilizzare il corpo di un bambino e la sua immensa sofferenza per sferrare un attacco ideologico contro i diritti delle coppie dello stesso sesso rappresenta un punto di caduta etico che il giornalismo non dovrebbe mai permettersi.
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