Il "Rainbow Washing" elettorale: promesse di giugno, amnesie di luglio


Con l'arrivo di giugno, puntuale come ogni anno, l'Italia si tinge improvvisamente d'arcobaleno. Dai profili social delle multinazionali alle facciate dei palazzi istituzionali, dalle vetrine dei negozi di catena ai loghi di molti partiti politici, è tutto un fiorire di bandiere e slogan inclusivi. Benvenuti nella stagione del rainbow washing, quell'operazione di maquillage d'immagine con cui aziende e amministrazioni pubbliche si appropriano dei simboli della comunità LGBTQIA+ per posizionarsi sul mercato o per raccattare qualche consenso elettorale facile, senza però offrire nulla in cambio in termini di tutele reali.
Il copione è ormai collaudato: grandi promesse e sfilate a giugno, amnesia totale a partire dal primo di luglio.

L'ipocrisia dei loghi colorati
Colorare un logo aziendale o patrocinare una parata è un'operazione a costo zero, capace però di generare un enorme ritorno d'immagine. Ma cosa c'è dietro quelle strisce colorate? Troppo spesso, le stesse multinazionali che a giugno lanciano campagne pubblicitarie progressiste in Europa, mantengono filiali in Paesi dove l'omosessualità è reato, senza muovere un dito per la sicurezza dei propri dipendenti locali.
Allo stesso modo, assistiamo a marchi storici che finanziano i Pride mentre nei loro consigli di amministrazione la rappresentanza è inesistente o, peggio, mentre i loro fondi d'investimento sostengono figure politiche apertamente ostili ai diritti civili. L'inclusione, per il capitalismo speculativo, è un bene di consumo che si vende bene a giugno e si ripone in magazzino a luglio.

Il marketing del consenso politico
Se il mondo aziendale usa l'arcobaleno per fare profitto, la politica locale lo usa come esca elettorale. In questo periodo si sprecano i sindaci, gli assessori e i candidati che affollano i palchi delle parate provinciali e metropolitane, spendendo parole accorate sulla tolleranza e sulla parità. Peccato che, non appena si spengono i riflettori dell'Onda Pride, quegli stessi amministratori si scoprano improvvisamente pavidi o assenti quando si tratta di tradurre le parole in atti amministrativi concreti.
I bilanci comunali approvati nei mesi successivi ne sono la prova: i fondi per i centri antiviolenza faticano a essere stanziati, i progetti di contrasto al bullismo omotransfobico nelle scuole vengono sacrificati per non contrariare le frange più conservatrici dell'elettorato e lo sviluppo di alloggi protetti per giovani cacciati di casa dalle famiglie rimane una chimera. La vicinanza della politica dura il tempo di un selfie sul carro del Pride.

Oltre la parata: pretendere la coerenza
La comunità LGBTQIA+ non ha bisogno di concessioni temporanee o di patrocini formali che servono solo a ripulire la coscienza di chi governa. La visibilità è fondamentale, ma deve essere il punto di partenza per rivendicare diritti sostanziali, non un paravento per coprire l'immobilismo legislativo.
Giudicare la sincerità di un alleato —politico o aziendale che sia— è semplice: basta smettere di guardare cosa fa durante la settimana dell'orgoglio e iniziare a monitorare la sua agenda politica in pieno inverno. Finché l'inclusione rimarrà un evento stagionale legato al calendario del marketing, il rainbow washing andrà denunciato per quello che è: un insulto alla dignità di chi lotta trecentosessantacinque giorni all'anno.
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