Il Texas imporrà la kettura obbligatoria della Bibbia a scuola. Esulta Lucio Malan


Il Consiglio statale per l'istruzione del Texas ha deciso di rendere la Bibbia una lettura obbligatoria nelle scuole pubbliche, a partire dall'anno scolastico 2030-2031, per bambini a partiredai 6 anni. La narrazione proposta da testate come Il Giornale, cavalcata entusiasticamente da esponenti politici come Lucio Malan, cerca di ammantare questa operazione sotto il velo rassicurante della "tutela della cultura occidentale". Ma sotto la superficie, la realtà è ben più polarizzante.



La giustificazione ufficiale, riportata dal quotidiano diretto da Tommaso Cerno, è che lo studio delle Scritture serva a fornire agli studenti strumenti per comprendere le radici della cultura e della letteratura americana. Tuttavia, questa lettura appare strumentale. La critica che emerge riguarda la selezione dei testi: l'adozione predominante di traduzioni protestanti (come la King James Version) a scapito di altre tradizioni cristiane o religioni esclude, di fatto, il pluralismo confessionale in un sistema scolastico che dovrebbe essere laico e inclusivo.
Non si tratta di una scelta accademica neutrale, ma di un’operazione di ingegneria culturale. L'obiettivo sembra essere quello di trasformare la Bibbia in un totem identitario, un simbolo di "appartenenza" da brandire in una kulturkampf che mira a ridurre la complessità storica a una narrazione unilaterale, espungendo temi legati alla diversità culturale e alla storia globale a favore di un ritorno a una visione mono-culturale.

La narrazione de Il Giornale tenta di normalizzare questa svolta, etichettando le critiche come semplici "fobie laiciste". È sintomatico notare come il dibattito si sposti immediatamente su un piano ideologico: chi si oppone viene dipinto come oscurantista, mentre chi impone testi religiosi in una scuola pubblica si erge a difensore della "memoria collettiva".
Il rischio, come evidenziato dalle associazioni per le libertà civili, è la tensione con il principio costituzionale della separazione tra Stato e religione. Quando un ente pubblico decide quale Bibbia leggere e cosa essa rappresenti per la storia nazionale, sta compiendo un atto confessionale travestito da educazione letteraria.

Il fatto che questa notizia venga celebrata con entusiasmo da figure istituzionali italiane (come testimoniato dal post di Lucio Malan) rivela la volontà di una certa parte politica di importare anche nel nostro dibattito questo modello. L'idea è quella di un'istruzione che non serve a formare spiriti critici in grado di navigare la complessità, ma sudditi che si riconoscano in un'identità rigida e chiusa.
La decisione del Texas non è un passo verso la riscoperta della classicità, ma un arretramento verso un modello dove la scuola diventa campo di battaglia per l'egemonia culturale. L'entusiasmo con cui questa notizia viene veicolata suggerisce che, per alcuni, la Bibbia non serva più come testo spirituale, ma come arma contundente nella guerra contro il pluralismo.
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