Il valzer di Libero: dall’idillio all’insulto in 72 ore


Se la propaganda populista viaggia alla velocità di un tweet, la linea editoriale di Libero sembra muoversi a una rapidità persino superiore, ridefinendo il concetto di "volubilità giornalistica". Nel giro di appena tre giorni, le prime pagine del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti offrono una masterclass di funambolismo mediatico, passando da un'esaltazione quasi sentimentale della diplomazia internazionale a un attacco frontale dai toni decisamente volgari.



Mercoledì 17 giugno, in prima pagina si evocavano dinamiche da fotoromanzo:«Il disgelo con Washington - Giorgia-Donald, di nuovo amore». Il focus era tutto sulle "manovre di riavvicinamento" e sugli scambi di battute al G7, letti come il trionfo di una diplomazia personale e confidenziale.
L'editoriale di Sallusti in spalla si spinge oltre, parlando di una "cravatta galeotta" e normalizzando i passati attriti come semplici schermaglie tra leader che, in fondo, "hanno fatto pace". L'immagine del riavvicinamento serve a blindare la statura internazionale della premier italiana, dipingendola come un'interlocutrice privilegiata del tycoon americano.

È bastato un cambio di vento da oltreoceano – una dichiarazione al vetriolo in cui Trump afferma che Meloni lo avrebbe "implorato di fare una foto" facendogli "pena" – per far crollare l'intero castello narrativo. La risposta di Libero è una reazione emotiva e d'impatto: «Non era vero amore - Trump è un cogli*ne».

Il registro linguistico abbandona qualsiasi velleità diplomatica o istituzionale per abbracciare l'insulto diretto, quasi a voler lavare l'offesa subita dall'orgoglio nazionale (e di riflesso dalla leader del governo). Nel giro di 72 ore, colui che era il partner ideale di un "nuovo amore" viene declassato a bullo da bar, mentre l'editoriale firma una totale inversione di marcia, definendolo "un cogli*ne" che rovina tutto con "una balla così enorme".

Ciò che emerge dal confronto delle due prime pagine è la totale subordinazione del fatto politico alla narrazione polarizzante. Non c'è spazio per l'analisi delle complesse trame della diplomazia o per una riflessione sulle reali frizioni geopolitiche tra la destra italiana e l'isolazionismo trumpiano. Tutto viene ridotto a dinamiche personali: prima il corteggiamento, poi il tradimento e infine la reazione furiosa.
Nel tentativo di difendere a spada tratta la presidentessa del Consiglio ("L'Italia non implora mai"), il quotidiano finisce per esibire la propria vulnerabilità ai colpi di scena della comunicazione d'oltreoceano, dimostrando che, nel giornalismo d'assalto contemporaneo, la coerenza è un lusso che dura lo spazio di un mattino. O, nel migliore dei casi, di tre giorni.
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